martedì, 03 marzo 2009
Il costo della vita in Italia cala. Finalmente si vedono risultati concreti da questo governicchio che non solo non fa perdere terreno, ma anzi ne fa conquistare, seppur ancora in piccola misura, agli uomini tra i più pagati ed i meno preparati di questo Paese confermandone lo status di più tutelati. Un euro e cinquanta centesimi è quanto costa il pranzo di un senatore della Repubblica Italiana e prezzi diminuiti del 20% alla buvette parlamentare, forse a causa della crisi economica?

Ecco alcuni prezzi:

caffè  42 centesimi,
spremuta 92 centesimi, 
panino con prosciutto 1 euro e 17,
tramezzino 96 centesimi,
cappuccino 58 centesimi, 
tè 84 centesimi,
birra 1 euro e 60 centesimi,
pasticcino 46 centesimi.
primo piatto 1 euro e 50 centesimi

Roba da fare invidia alle iniziative di tutela dei consumatori con prezzi dei generi di prima necessità calmierati.

Non c'è che dire: un vero segno dei tempi e della moralità che investe questo Paese. Clap, clap, clap....
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giovedì, 05 febbraio 2009
Cerchio_della_vitaBasta! Sul caso di Eluana Englaro si è veramente superato ogni limite. Si vergognino i mezzi di comunicazione di massa che hanno trasformato un'intima tragedia famigliare in una grande bagarre mediatica. Si vergogni per l'ennesima volta il laido Vespa che non esita mai a speculare sul dolore altrui. Si vergognino i politici a cavalcare un caso umano a meri fini elettorali, Sacconi in testa, probabilmente sguinzagliato dal padrone per sondare le reazioni dell'opinione pubblica. Ora il nano-a-cucù in persona, forse meglio dire personcina, ha deciso di intervenire, per assicurarsi anche lui la sua fetta di protagonismo in questa terribile, da un lato, e squallida dall'altro, vicenda. Basta con le carte bollate e gli scontri di potere. Non si può sfruttare una simile situazione per continuare a combattere la sotterranea lotta tra politica e magistratura. Vergogna! Io non so se Eluana possa percepire qualcosa di ciò che la circonda o anche solo il dolore, non lo sa neppure la scienza perché troppo poco conosciamo del nostro universo interiore, ma credo che ognuno abbia diritto alla dignità, anche nel momento più estremo della propria parabola esistenziale. Sicuramente siamo di fronte ad una vacanza giuridica in materia di eutanasia, ma questa è una discussione che deve essere affrontata a prescindere dai singoli casi, lontano dal clamore delle cronache e soprattutto non sull'onda di emotività indotte. Un tema troppo complesso per essere affidato ad un decreto legge di un governicchio delle banane. La morte è una condizione di ignoto che qualcuno sostiene non è necessariamente coincidente con il termine dell'esistenza intesa come superamento del materialismo corporeo. In ogni caso, da laico, penso che la morte sia un ulteriore anello, quello estremo, della catena della vita. Ecco perché come ogni attività della vita anche questo ha necessità di essere regolamentato, ma sopratutto, come la vita, ne va difesa la dignità del suo compimento. Qual'è dunque il confine? Farmacologia e tecnologie mediche hanno concesso all'uomo la dilatazione temporale della propria parabola esistenziale, ma alcuni ritengono inaccettabile l'idea che le stesse tecniche possano essere impiegate per garantire una fine dignitosa e serena. A volte poi ci si spinge anche oltre, in quello che diventa vero accanimento terapeutico, allungando artificialmente la durata di una vita che presumibilmente resta solamente più biologica privata di ogni elemento che la renda biografica. Si travalica quindi il limite tra quella che è considerata la vita in senso generico (dagli esseri più elementari a quelli più complessi) e quella umana sorretta da un complesso di relazioni, esperienze, sentimenti, speranze, aspettative, progetti. La vita di ogni individuo è unica, al di là del suo valore intrinseco, perchè è il risultato di un processo indeterministico, quale somma di eventi e di relazioni. Una vita che potremmo definire personale. Quindi alla persona è affidata la chiave della propria esistenza compresa quella dell'ultimo suo istante terreno. Non parlo certo di suicidio. Parlo di rifiuto dell’accanimento terapeutico, da non confondersi con l'abbandono terapeutico, che al contrario è condizione frequente, ovvero  l'abbandono delle famiglie e dei loro malati terminali, lasciati senza assistenza e senza la possibilità di ricorrere ad interventi miranti all’eliminazione della sofferenza. Garantire una morte "umana" vuol dire accompagnare l'individuo verso il momento estremo senza che il dolore fisico e psichico diventi elemento predominante,  garantendo nel limite delle umane possibilità, la creazione di condizioni di relativa serenità, affinché l'inevitabile morire, pur nella sua drammaticità, ritrovi, cosa persa nella nostra società, la sua naturale collocazione nel cerchio della vita.
Ed ora spegnete i riflettori su Eluana.
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martedì, 03 febbraio 2009
Ospite_inquietante"Ha deciso di saltare la scuola e di passare la giornata con altri tre ragazzi. Ma quella che poteva essere la più classica delle bigiate si è trasformata in un incubo per una ragazza di 14 anni di Trento. Dopo una mattinata passata a bere superalcolici fino all'ubriachezza, i tre maschi - tutti minorenni - l'hanno portata a casa di uno di loro e poi violentata."

"Perugia, allarme per un gruppo di sedicenni di buona famiglia. Si vendono ai giovani pusher nordafricani in cambio di hashish e coca"

"«Abbiamo riempito una bottiglia di benzina e abbiamo deciso di tornare indietro. Siamo entrati in due, la macchina aveva il motore acceso ». Lo spruzzo di vernice per accecare l'indiano, la benzina cosparsa addosso, la fiammella che si accende, i vestiti che prendono fuoco. Ammette il ragazzino, ma non mostra alcun segno di ravvedimento. Non sembra addirittura rendersi conto della gravità di quello che hanno fatto. «Volevamo vedere quanto durava, ma poi pensavamo di spegnerlo». Lo dice proprio così, come fosse un gioco."

Ecco alcuni stralci di articoli estratti dalla cronaca apparsa sui giornali degli ultimi giorni. Sono tutti accomunati dall'età dei protagonisti e dal loro profondo nichilismo.  Mi ha particolarmente colpito l'episodio di Nettuno nel quale non è possibile non trovare impressionanti analogie con quello di Rimini di cui avevamo parlato qui. Neppure quello era il primo caso, di follia omicida, dettata dalla noia. Un rito che si ripete con impressionante e sistematica ferocia, compiuto da ragazzi che si ciondolano per strade che paiono non saper offrire loro altro che folli stimoli omicida. Così il pensiero corre alla pazzia dei sassi lanciati dai cavalcavia delle autostrade italiane, scovando inquietanti attinenze.  Tutto questo mi ha riportato alla mente un interessantissimo libro di Umberto Galimberti - l'ospite inquietante - che indaga proprio sul rapporto tra giovani e nichilismo.  La tesi del filosofo è interessante perchè rapporta la caduta dei valori con l'avvento dell'era tecnologica: la tecnologia tende a uno scopo, non produce senso, non svela verità. La negazione di prospettive ed orizzonti disorienta i ragazzi secondo il principio , che ho trovato illuminante, che  “Dio è davvero morto”, sia nella versione laica che in quella illuminista. Unico polo attrattivo rimane il mercato,soggetto estremamente attento ai giovani, che appare come il Paese dei Balocchi  di collodiana memoria, un mercato che si prefigge, quale unico scopo, di creare dei consumatori funzionali ad un modello di società che promette di consumare le loro stesse vite,  incapace com'è di offrire prospettive future. Pare perso il ruolo  della Ragione quale regolatore dei rapporti tra gli uomini, ed al suo posto trovano spazio i fenomeni di devianza giovanile come quelli da cui siamo partiti, ma potremmo citare migliaia di casi che coinvolgono il bullismo, le violenze degli ultrà negli stadi, l'uso sistematico di  droghe, sino ai gesti più estremi di omicidio e di suicidio. Come uscirne? Sicuramente bisogna recuperare il senso dell'esistenza, ma non illudiamoci che i ragazzi possano farlo da soli. Bisognerebbe costruire intorno a loro un orizzonte di obiettivi, di speranze, di tensioni positive, ma in tutto questo non ci aiutano i messaggi che giungono d'ogni intorno. La nostra appare sempre più come una società votata all'inseguimento dell'inutile, dove il desiderio è direttamente proporzionale al grado di inutilità della cosa desiderata, che ha grandi difficoltà a fornire risposte esistenziali e troppo spesso cerca di sopperire a questa carenza "riempiendo" di ulteriori inutilità le vite dei giovani. E' come una grande coperta che tirata dalla parte del superfluo viene a mancare dalla parte dei valori profondi ed essenziali dell'esistenza. Individui troppo impegnati nella rincorsa del vacuo, dimentichi di volgere altrove la loro attenzione, di cercare e trovare risposte capaci di dissetare quell'anima che, affamata di sensazioni, spesso li spinge a compiere l'azione sbagliata. La famiglia e la scuola, le due formazioni che tradizionalmente dovrebbero aiutare i giovani nella loro ricerca, appaiono non meno in difficoltà, anch'esse impegnate nell'affannosa rincorsa di risposte che non riescono a trovare. E' necessario un rinnovamento etico che investa tutta la società dalla scuola, al lavoro, dalle famiglie alle istituzioni, dalla politica all'economia. Se ogni giorno ha diritto alla sua utopia questa è la mia per oggi, pur nella consapevolezza, che, stando così le cose, questa Italia non ce la farà.
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giovedì, 15 gennaio 2009
Quattro aggressori di Emmanuel, alcuni vigili urbani di Parma di cui avevamo già parlato qui, sono stati messi agli arresti domiciliari perché sussisterebbe il pericolo di inquinamento delle prove. Un provvedimento che appare un po' tardivo, visto che sono passati i mesi nel frattempo. Persino la giunta parmense ora si è mossa sospendendo dal servizio, in via cautelativa,  i prodi tutori dell'ordine. 
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martedì, 13 gennaio 2009
sgarbiVi segnalo questo filmato che ho trovato su YouTube. Mi pare interessante osservare come ormai i cittadini appaiano spiazzati, basiti, quasi sgomenti, di fronte alla protesta. Numericamente esigue e molto timide le reazioni del pubblico che conducono all'inevitabile debacle del giovane contestatore. Come sempre più spesso accade il potere reagisce in modo violento quando viene posto di fronte alle proprie responsabilità, ed incapace di risposte costruttive, non trova di meglio che far tacere coercitivamente  le voci del dissenso. Certamente stiamo parlando di un personaggio sui generis, Vittorio Sgarbi (nomen omen), che, a mio giudizio, prima ancora che dai pubblici uffici, andrebbe interdetto da ogni forma di apparizione pubblica, poiché ogni sua manifestazione appare contraria ad ogni principio di convivenza civile. Qualcuno potrà osservare che il coupe de theatre del giovane manifestante appare molto energico e fuori tempo, ma possiamo nutrire qualche dubbio sul fatto che diversamente gli sarebbe stato concesso di palesare il suo pensiero (che poi sono atti pubblici). L'arroganza del potere, insofferente ed insolente di fronte all'indignazione popolare, continua a presumere di poter diffondere il verbo unico. Il bavaglio spesso è applicato in modo meno plateale di come appare nel filmato, e per questo più pericoloso. Personalmente avrei preferito vedere uscire a pedate nel sedere il prepotente, arrogante, presuntuoso, supponente rappresentante del potere piuttosto del contestatore. Qualcuno mi dirà che questo è antidemocratico, ma, invito a riflettere, su quanto di democratico vi sia nell'occultamento, nella mistificazione, nell'affossamento, nell'insabbiamento, nell'annullamento della verità. Sì, a gridare si può anche sbagliare, ma a tacere sempre si finisce per diventare massa indistinta, popolo bue.
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venerdì, 12 dicembre 2008
clandestinoClandestino è una parola che nell'immaginario collettivo si carica di significati strettamente legati a delinquenza. Da clandestino è morto il ragazzino tredicenne afghano travolto da un camion a Mestre. Non si sa ancora molto su di lui, salvo che aveva con sé una banconota nuova di zecca dell'Afghanistan, e degli appunti scritti in arabo. Se sei clandestino, sei vittima del pregiudizio, eppure la clandestinità non è una scelta, è una necessità. Questo bambino fuggiva dalla morte, fuggiva dalle persecuzioni, fuggiva dalla fame, fuggiva dal terrore con la speranza di correre incontro a un'esistenza dignitosa, disposto ad attraversare migliaia di chilometri in condizioni disumane pur di raggiungere, o quantomeno di cercare di afferrare, quell'unica speranza di una vita dignitosa. Clandestino, ovvero la negazione ad essere una persona, l'impossibilità di essere riconosciuto come un individuo con il suo carico di diritti e doveri, condannato ad essere fantasma tra i fantasmi. E' questa condanna preventiva, senza appello, a risultare eticamente inaccettabile. Un marchio appiccicato come segno di infamia a chi non ha neppure diritto ad una identità che rende disumana questa parola. Un termine con cui costruiamo un recinto simbolico intorno agli emarginati della terra, con cui li releghiamo in un ghetto di misera esistenza, con cui li obblighiamo ad un'eterna rincorsa verso la  dignità. Una corsa vana verso un'idea sbagliata del mondo che troveranno, un mondo oramai svuotato di senso morale, svuotato di senso della solidarietà, dove  i più fortunati potranno trovare al più tolleranza.  Un mondo in cui si muore senza cittadinanza anche se bambini, senza pietà, lontani dagli affetti, lontani dalla propria terra, estirpati dai propri usi, dalle proprie tradizioni. Bisogna crescere in fretta, spesso troppo in fretta, così in fretta da chiudere in modo drammaticamente rapido il ciclo di un'esistenza negata.
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venerdì, 05 dicembre 2008
Come annunciato, arrivano i finanziamenti per una delle opere più inutili, economicamente più insensate, ambientalmente più devastanti dei prossimi anni: la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Gli imponenti costi economici di quest'opera faraonica non saranno, come si darebbe ad intendere, interamente finanziati dalla Comunità Europea, solo una parte di essi verrà coperta da questo intervento, la restante quota rimarrà a carico dei contribuenti italiani. Non si pensi neppure che quest'opera vada incontro alla necessità di trasferire il traffico merci dalla gomma alla rotaia, come testimoniano alcune inequivocabili scelte politiche.  La Regione Piemonte ha avallato l'apertura della seconda canna autostradale del Frejus e nel contempo la Provincia di Torino progetta la tangenziale est in una zona di grande pregio ambientale. Se ciò non bastasse il governo ha tagliato in finanziaria 924 milioni di euro alle Ferrovie.  In questo quadro sembra quantomai improbabile che vi sia una vero disegno strategico per migliorare l'impatto ambientale del trasporto merci dirottandolo dall'autotrasporto verso la ferrovia.  Quest'opera trova dissenzienti i cittadini della Valle Susa e non, come abbiamo già spiegato, per mere questioni NIMBY. In un momento così difficile si rischia di riaprire con rinvigorito furore un fronte di forti tensioni sociali. La questione della TAV non è mai stata gestita con l'attenzione che richiederebbe, guardando anche alla popolazione locale, ma sempre con l'arroganza del potere esercitata a tutela di interessi economici sui quali i cittadini nutrono forti perplessità.
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mercoledì, 03 dicembre 2008
monoscopio_raiC'è un aforisma di Leo Longanesi che meglio di altri può spiegare l'Italia di oggi:  "Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi".
Parlando di informazione, in Italia, mancano editori liberi, liberi dal vincolo di interessi particolaristici che è condizione necessaria per garantire, almeno parzialmente, un distacco critico. Spesso gli editori, e parliamo di quelli importanti, trattano anche affari in campi differenti da quello editoriale, che li inducono ad utilizzare in modo strumentale le loro pubblicazioni, spesso con il malcelato intento di garantirsi i favori politici. Ci sono poi , come nel caso del nano-a-cucù o di  Caltagirone (suocero di Casini), gli editori che  hanno interessi diretti nella politica e che quindi impiegano il prodotto editoriale per orientare il consenso dell'opinione pubblica. In Italia, il problema si concentra maggiormente sulla televisione perchè qui si legge poco, comunque meno che altrove, e internet è un fenomeno ancora troppo marginale per costituire un caso significativo. La programmazione televisiva italiana è schiacciataa due grandi condizionamenti: la pubblicità e la politica. La pubblicità è ritenuta, non solo qui da noi, un male necessario, ma a differenza di altri Paesi qui la sua raccolta prevede tetti molto alti che consentono la sua concentrazione nelle mani dei due attori più forti : RAI e Mediaset. Però la norma prevede che la Rai abbia tetti pubblicitari inferiori a quelli delle reti private, in funzione dei benefici che gliderivano dalla raccolta del canone. Molti ritengono che fissando il tetto della raccolta pubblicitaria intorno al 20% consentirebbe un maggiore pluralismo, garantendo la sopravvivenza e l'esistenza di un maggior numero di operatori.
L'ingerenza della politica sul sistema televisivo italiano è talmente forte  da risultare anomalo agli occhi della UE. Senza ripercorrere tutta la storia della liberalizzazione delle frequenze ci soffermiamo solamente  sulle norme che regolano l'attuale sistema televisivo italiano. Nel luglio 2006 è stato avviato l'iter legale UE per chiedere all'Italia di modificarle, in linea con le norme europee. Si sarebbe violata  tutta una serie di disposizioni comunitarie: la direttiva quadro del 2002, la direttiva autorizzazioni e la direttiva concorrenza, visto che potrebbe introdurre degli ostacoli all'ingresso di nuovi operatori nel mercato dei servizi di diffusione radiotelevisiva in tecnica digitale. L'Unione Europea nutre perplessità anche sullo scenario che si delineerà dopo il passaggio al digitale terrestre, nutrendo dubbi sull'efficacia della norma che impone a Rai e Mediaset di lasciare libero il 40% della capacità trasmissiva ad altri operatori. Insomma si prospetta la stessa situazione di  duopolio già esistente nell'analogico. La legge italiana in materia di assegnazione delle frequenze televisive non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.
Questo per quanto concerne l'assegnazione (si dovrebbe anche parlare dei costi sui diritti, assolutamente inadeguati, che finiscono per essere pagati dai contribuenti), ma il problema più grave ed tuttora irrisolto riguarda il conflitto di interessi. Di fatto abbiamo ai vertici del potere politico italiano un individuo che controlla l'informazione televisiva attraverso le sue televisioni private e attraverso quelle pubbliche. La televisione di Stato non si è mai affrancata dal controllo diretto della politica che ne plasma i contenuti in modo funzionale al controllo del potere stesso. Questo è il nodo centrale, ed è il più importante, in quanto, allo stato attuale, questa sovrastruttura politica impedisce l'espressione di un'informazione veramente libera e indipendente nella TV pubblica. Innanzitutto la politica ha favorito l'omologazione della RAI al  modello televisivo commerciale, concedendo un grande vantaggio competitivo al privato. Non solo, ma questo modello prevede una strutturazione della programmazione che va in direzione opposta a quella funzionale all'informazione, che viene relegata in spazi sempre più ristretti ed elaborata secondo le modalità dello spettacolo. La quota residuale di trasmissioni dedicate all'informazione è direttamente manipolata dalla politica che, non solo ne decide le frequenze e le collocazioni nel palinsesto,  ma ne condiziona i contenuti o, nei rari casi in cui non vi riesce, ne decreta la chiusura. Il sistema è subdolo perchè fa leva sulla disattenzione dello spettatore medio. Le notizie scomode sono fatte scomparire, non solo non parlandone, ma sopratutto manipolando scalette, interventi e commenti. Un esempio eloquente è quello delle intercettazioni telefoniche di cui si parla, ma non per commentarne i contenuti bensì per criticare il sistema. Si sposta l'attenzione dalla notizia alla metanotizia. Insomma un attento controllo permette di modulare i livelli di percezione dei telespettatori e di orientarne le opinioni in funzione dei propri disegni. Si riescono in tal modo a mutare o addirittura far sparire parti di verità, secondo il principio che gli spettatori tendono a rimuovere i fatti di cui  non sentono più parlare: non se ne discute, quindi il fatto non esiste. Ovviamente vale anche il contrario: mesi fa l'Italia era sotto assedio e la sicurezza era la preoccupazione di ogni cittadino incapace di interrogarsi su quanto lo circondasse; ora, improvvisamente, tutto sembra risolto o meglio dissolto. Un classico caso di modulazione dell'informazione. Tutto questo, è facile intuirlo, ha forti ricadute democratiche ed elettorali. Sappiamo che non è sufficiente votare per dirsi in democrazia, ma servono anche informazione e partecipazione per poter esercitare liberamente e consapevolmente questo diritto/dovere. Così, ancora una volta, quello che oggi è lo schieramento di minoranza del Parlamento, ha pagato la mancanza di una legge antitrust che è stata incapace di varare. Per questo oggi inorridisco a sentire i latrati della minoranza per una variazione di IVA applicata ad un altro monopolista dell'informazione, ben più pericoloso, basti pensare agli accordi di Murdoch con la Cina, del nano-a-cucù. Non accetto che si possa difendere il pluralismo tutelando il monopolio. Inorridisco perchè anche questa appare ai miei occhi come una manovra volta a deviare l'attenzione dai veri problemi, dal nocciolo della questione, la cui soluzione sfavorirebbe in parte anche l'opposizione. Possiamo quindi tornare al via (magari passando dalla prigione) per scoprire che la nostra libertà è condizionata dal nostro sentirci veramente liberi da condizionamenti ideologici, la nostra libertà è minacciata dalla mancanza di libertà di chi ci governa, schiavo dei propri interessi che non coincidono con quelli della democrazia e della libertà.
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categoria:politica, media, societĂ 
martedì, 02 dicembre 2008
Il fenomeno non è certo nuovo, ma l'autorevole conferma che ci giunge dal Tribunale di Torino, ci invita, ancora una volta, a non semplificare, a non omologare analizzando i fatti, ma a cercare di andare oltre le apparenze e i luoghi comuni. Sonia, prostituta rumena di 17 anni, alla domanda  del Pubblico Ministero, Cristina Bianconi -  «ma non è terribile là fuori? Devi stare con vecchi, malati, gente pericolosa» -  risponde - «ci si abitua a tutto, dottoressa. Io non ho paura. Io voglio guadagnare bene, e essere libera».
Non stiamo parlando di un  caso di tratta delle bianche, ma bensì, come spiega la dottoressa Bianconi, 
«ci troviamo di fronte a uno scenario che sta cambiando, la maggior parte delle ragazze partono dalla Romania consapevoli di quello che verranno a fare. Spesso sono indotte ed accompagnate da fidanzati con cui hanno storie malate. Ma non c’è più violenza fisica, non ci sono ricatti. Nella maggior parte dei casi c’è solo la volontà di guadagnare tanti soldi nel modo più veloce possibile».
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categoria:attualitĂ , societĂ 
sabato, 29 novembre 2008
manetteLo stiamo scrivendo già da tempo: l'imbarbarimento è alle porte, o forse ha già permeato la nostra civiltà. E' sufficiente limitarsi a scorrere i titoli dei quotidiani per rendersene conto, e lo sgomento cresce nella consapevolezza che quelle letture ben poco rappresentano della realtà nella sua complessità. Oggi la notizia arriva dalla vicina Francia dove ci si appresterebbe ad approvare una legge che abbatte a dodici anni l'età a cui si diventa pienamente responsabili delle proprie azioni. Se il fatto appare stupefacente in questa sua formulazione, assurdo diviene quando si scopre che è stata propugnata la tesi di abbassare tale soglia fino ai dieci anni. Questa non è una soluzione, ma mi appare piuttosto come una comoda scorciatoia per non arrivare al cuore del problema. Troppo complesso cercare di districarsi nel ginepraio dello sfruttamento minorile. Dodici anni è un'età che conosco bene: è quella di mio figlio e dei suoi amici. Provate a guardare negli occhi, ad ascoltare i discorsi, di questi ragazzini e vi renderete conto di quanta fragilità vi sia ancora nei loro pensieri, nei loro sentimenti, nelle loro azioni. Come non tenere poi in conto l'individualità, quell'insieme di fattori che ci rendono unici e quindi difficilmente assimilabili in  più o meno ristrette categorie, che, sopratutto in un'età di equilibri ancora precari, costituisce un elemento di valutazione primario. L'idea suggerita dall'apparente risolutezza dei legislatori è quella di una resa incondizionata, di una dichiarazione esplicita di inadeguatezza, d'incapacità ad intervenire con politiche sociali in grado di sottrarre i giovanissimi alla criminalità. E' come un'alzata di mani della società che arretra sulla strada della civiltà per affidare alla repressione, invece che alla prevenzione, la risposta ad un suo problema. E di questo si tratta, non di soluzione, ma della necessità di dare un segnale, qualunque esso sia, pur di non restare a guardare. Eppure, la mia impressione, è che a volte sarebbe meglio soffermarsi a guardare, ad ascoltare, a cercare di  capire meglio per poi intervenire, per curare e non per uccidere.
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categoria:giustizia, societĂ