
C'è un aforisma di Leo Longanesi che meglio di altri può spiegare l'Italia di oggi: "Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi".
Parlando di informazione, in Italia, mancano editori liberi, liberi dal vincolo di interessi particolaristici che è condizione necessaria per garantire, almeno parzialmente, un distacco critico. Spesso gli editori, e parliamo di quelli importanti, trattano anche affari in campi differenti da quello editoriale, che li inducono ad utilizzare in modo strumentale le loro pubblicazioni, spesso con il malcelato intento di garantirsi i favori politici. Ci sono poi , come nel caso del nano-a-cucù o di Caltagirone (suocero di Casini), gli editori che hanno interessi diretti nella politica e che quindi impiegano il prodotto editoriale per orientare il consenso dell'opinione pubblica. In Italia, il problema si concentra maggiormente sulla televisione perchè qui si legge poco, comunque meno che altrove, e internet è un fenomeno ancora troppo marginale per costituire un caso significativo. La programmazione televisiva italiana è schiacciataa due grandi condizionamenti: la pubblicità e la politica. La pubblicità è ritenuta, non solo qui da noi, un male necessario, ma a differenza di altri Paesi qui la sua raccolta prevede tetti molto alti che consentono la sua concentrazione nelle mani dei due attori più forti : RAI e Mediaset. Però la norma prevede che la Rai abbia tetti pubblicitari inferiori a quelli delle reti private, in funzione dei benefici che gliderivano dalla raccolta del canone. Molti ritengono che fissando il tetto della raccolta pubblicitaria intorno al 20% consentirebbe un maggiore pluralismo, garantendo la sopravvivenza e l'esistenza di un maggior numero di operatori.
L'ingerenza della politica sul sistema televisivo italiano è talmente forte da risultare anomalo agli occhi della UE. Senza ripercorrere tutta la storia della liberalizzazione delle frequenze ci soffermiamo solamente sulle norme che regolano l'attuale sistema televisivo italiano. Nel luglio 2006 è stato avviato l'iter legale UE per chiedere all'Italia di modificarle, in linea con le norme europee. Si sarebbe violata tutta una serie di disposizioni comunitarie: la direttiva quadro del 2002, la direttiva autorizzazioni e la direttiva concorrenza, visto che potrebbe introdurre degli ostacoli all'ingresso di nuovi operatori nel mercato dei servizi di diffusione radiotelevisiva in tecnica digitale. L'Unione Europea nutre perplessità anche sullo scenario che si delineerà dopo il passaggio al digitale terrestre, nutrendo dubbi sull'efficacia della norma che impone a Rai e Mediaset di lasciare libero il 40% della capacità trasmissiva ad altri operatori. Insomma si prospetta la stessa situazione di duopolio già esistente nell'analogico. La legge italiana in materia di assegnazione delle frequenze televisive non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.
Questo per quanto concerne l'assegnazione (si dovrebbe anche parlare dei costi sui diritti, assolutamente inadeguati, che finiscono per essere pagati dai contribuenti), ma il problema più grave ed tuttora irrisolto riguarda il conflitto di interessi. Di fatto abbiamo ai vertici del potere politico italiano un individuo che controlla l'informazione televisiva attraverso le sue televisioni private e attraverso quelle pubbliche. La televisione di Stato non si è mai affrancata dal controllo diretto della politica che ne plasma i contenuti in modo funzionale al controllo del potere stesso. Questo è il nodo centrale, ed è il più importante, in quanto, allo stato attuale, questa sovrastruttura politica impedisce l'espressione di un'informazione veramente libera e indipendente nella TV pubblica. Innanzitutto la politica ha favorito l'omologazione della RAI al modello televisivo commerciale, concedendo un grande vantaggio competitivo al privato. Non solo, ma questo modello prevede una strutturazione della programmazione che va in direzione opposta a quella funzionale all'informazione, che viene relegata in spazi sempre più ristretti ed elaborata secondo le modalità dello spettacolo. La quota residuale di trasmissioni dedicate all'informazione è direttamente manipolata dalla politica che, non solo ne decide le frequenze e le collocazioni nel palinsesto, ma ne condiziona i contenuti o, nei rari casi in cui non vi riesce, ne decreta la chiusura. Il sistema è subdolo perchè fa leva sulla disattenzione dello spettatore medio. Le notizie scomode sono fatte scomparire, non solo non parlandone, ma sopratutto manipolando scalette, interventi e commenti. Un esempio eloquente è quello delle intercettazioni telefoniche di cui si parla, ma non per commentarne i contenuti bensì per criticare il sistema. Si sposta l'attenzione dalla notizia alla metanotizia. Insomma un attento controllo permette di modulare i livelli di percezione dei telespettatori e di orientarne le opinioni in funzione dei propri disegni. Si riescono in tal modo a mutare o addirittura far sparire parti di verità, secondo il principio che gli spettatori tendono a rimuovere i fatti di cui non sentono più parlare: non se ne discute, quindi il fatto non esiste. Ovviamente vale anche il contrario: mesi fa l'Italia era sotto assedio e la sicurezza era la preoccupazione di ogni cittadino incapace di interrogarsi su quanto lo circondasse; ora, improvvisamente, tutto sembra risolto o meglio dissolto. Un classico caso di modulazione dell'informazione. Tutto questo, è facile intuirlo, ha forti ricadute democratiche ed elettorali. Sappiamo che non è sufficiente votare per dirsi in democrazia, ma servono anche informazione e partecipazione per poter esercitare liberamente e consapevolmente questo diritto/dovere. Così, ancora una volta, quello che oggi è lo schieramento di minoranza del Parlamento, ha pagato la mancanza di una legge antitrust che è stata incapace di varare. Per questo oggi inorridisco a sentire i latrati della minoranza per una variazione di IVA applicata ad un altro monopolista dell'informazione, ben più pericoloso, basti pensare agli accordi di Murdoch con la Cina, del nano-a-cucù. Non accetto che si possa difendere il pluralismo tutelando il monopolio. Inorridisco perchè anche questa appare ai miei occhi come una manovra volta a deviare l'attenzione dai veri problemi, dal nocciolo della questione, la cui soluzione sfavorirebbe in parte anche l'opposizione. Possiamo quindi tornare al via (magari passando dalla prigione) per scoprire che la nostra libertà è condizionata dal nostro sentirci veramente liberi da condizionamenti ideologici, la nostra libertà è minacciata dalla mancanza di libertà di chi ci governa, schiavo dei propri interessi che non coincidono con quelli della democrazia e della libertà.
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