lunedì, 17 novembre 2008
brunettaFinalmente il cerchio si chiude ed ora sappiamo che i coglioni sono anche fannulloni. Renato Brunetta, un uomo della sinistra come si è descritto,  ci ha edotti sull'ultimo suo teorema: i fannulloni spesso sono di sinistra. Personalmente non ho elementi per affermare il contrario, ma la mia piccola esperienza mi ha insegnato che i vizi spesso non hanno ideologia. Comunque lo studio mi pare interessante quindi mi aspetto, vista la fonte autorevole, un nobel mancato,  che saranno forniti tutti i dati di questa ricerca. Non credo che un ministro della Repubblica possa aver lanciato una così pesante accusa senza avere elementi di certezza, che non siano quelli dei personali convincimenti. Dati che lo inducono all'avvilimento, perché lui, è sì confluito in Forza Italia, ma è un socialista, quindi uomo di sinistra. Di fronte a cotanta coerenza e alla  formulazione di postulati insostenibili, che vanno nella direzione di una persecuzione ideologica più che alla ricerca dell'interesse pubblico, diventa esercizio difficile dare credibilità alle parole del ministro. Inseguendo la pura demagogia è anche tornato a parlare di tornelli, argomento utilizzato in modo pretestuoso, presentato come l'arma finale, ma che nella sostanza rimane circoscritto alla propaganda, senza che alle parole seguano i fatti. Installi i suoi amati tornelli (magari scegliendo i fornitori con una gara trasparente), non credo che questo possa turbare i sogni della maggioranza degli onesti dipendenti  pubblici. Brunetta ci pare ministro dai proclami facili e dalla poca sostanza. Non mi pare che, al di là dei tagli indiscriminati, incapaci di colpire i grandi privilegi dei pochi, vi siano sue proposte concrete per migliorare l'efficienza della Pubblica Amministrazione. Forse il ministro dovrebbe preoccuparsi di carenze strutturali, di organizzazione del lavoro, di corruzione politica, di abuso di ufficio, tutte cose molto scomode e che non fanno troppa leva sull'immaginario collettivo. Molto più facile continuare a evocare storie di fannulloni e ricondurre a loro  l'origine di ogni male, piuttosto che affrontare il problema dalle sue fondamenta. Troppa fatica, troppa esposizione e la necessità di un distacco dagli interessi della politica che male si coniuga  con gli interessi individuali e di partito. Creare un clima di contrapposizione tra cittadini e Pubblica Amministrazione si inquadra perfettamente nella strategia di questo governo che mira a dividere tutti su tutto. Il caos è funzionale alla politica "del fare" i fatti propri, di curare i propri interessi e quelli dei propri amici e sodali. Si tratta di un attacco strumentale, di pura propaganda, nello stile di chi non fa nulla (il fannullone), ma vuol far credere di essere capace a spostare le montagne. Noi ci accontenteremmo, tanto per iniziare, di  toglierci alcuni sassolini dalle scarpe e veder sparire direttori generali, alti dirigenti, vertici di enti dalla dubbia utilità, creati ad hoc dalla politica per la politica, per garantire clientelismo e mantenimento dei privilegi politici quando vengono a mancare i presupposti che ne avevano consentito l'ottenimento. Costi, corruzione, inefficienza questo è l'humus in cui cresce e prospera il lassismo che  è funzionale al mantenimento dello status quo. La Pubblica Amministrazione deve essere riformata, ma partendo dall'organizzazione, dalla testa e non dalla coda. L'efficienza si crea costruendo i  giusti presupposti affinché questa possa esistere, tutto il resto è conseguenza di quanto si è saputo o voluto costruire. 
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categoria:politica, lavoro
mercoledì, 12 novembre 2008
quarto_statoSciopero! Questo è lo slogan che ha scandito nei secoli la rivendicazione di uomini e donne per i diritti e dignità sempre negati. Attraverso lo sciopero si è costruita la condizione del  lavoratore, scardinando lentamente e faticosamente antichi privilegi che lo volevano schiavo. Lo sciopero è universalmente riconosciuto come il mezzo adottato dai lavoratori per perseguire questi scopi. Il diritto allo sciopero è sancito per legge dall’articolo 40 della Costituzione che insieme allo Statuto dei lavoratori, emanato nel 1970, fornisce le tutele per l'esercizio di questo diritto. Fino al 1889 in Italia  lo sciopero era considerato  reato, poi arrivò la riforma del sistema giudiziario ad opera di Giuseppe Zanardelli che varò il primo codice penale dell'Italia unita, considerato tra i più liberali e progrediti dell'epoca. Nel codice Zanardelli veniva riconosciuta la libertà di sciopero dei lavoratori per i quali non erano previste sanzioni penali, salvo se vi fosse stato ricorso a violenza o minaccia. Gli scioperi nel corso della storia hanno scandito la vita civile e politica del nostro Paese. Il  5 marzo 1943 alla Fiat Mirafiori iniziò lo sciopero che scatenerà la ribellione operaia in tutte le fabbriche del nord Italia e che segnò l'inizio di una palese resistenza al regime fascista. Torino marciò con i suoi centomila lavoratori scesi in lotta contro il regime, sfidando la repressione poliziesca, i tribunali militari e i tribunali speciali fascisti. Allora lo sciopero era equiparato al tradimento e gli arresti furono centinaia a cui seguirono anche le fucilazioni. Oggi si tenta una restaurazione di quel clima fascista creando subdolamente un malcontento diffuso nei confronti dei lavoratori in lotta. Si tenta il ribaltamento del punto di vista: da lotta per i diritti, a lotta che lede i diritti. Il tentativo è in atto da tempo, ma, ancora una volta, questo governo "del fare" mostra una sfrontatezza inquietante. Il ministro Mattioli dichiara che il governo è pronto a ricorrere a misure penali nei confronti dei lavoratori in sciopero. Anche dal Viminale giungono segnali analoghi: «Quello che è avvenuto ieri, il picchetto davanti all'aeroporto, non potrà più avvenire, così come non dovrà più avvenire lo sciopero selvaggio, perchè è una violazione della legge». Maroni prosegue dicendo che ci troviamo davanti «a comportamenti illegali che noi intendiamo contrastare per garantire i cittadini e i loro diritti, in primo luogo quello di muoversi». I piloti costituiscono una categoria che sicuramente gode di maggiori tutele rispetto ad altre, ma quello che ci turba è l'adozione di un principio che mira dapprima a far perdere vigore allo strumento e poi a renderlo illegittimo. La forza dello sciopero sta proprio nella sua capacità di rompere gli schemi, di alterare gli equilibri in essere, di creare scompensi. Il venir meno di queste caratteristiche vanifica la sua efficacia e lo declassa a manifestazione folcloristica. Il concetto di sciopero è strettamente legato a quello di lotta, ed è inutile illudersi che possa essere qualcosa di diverso. Oggi i piloti, domani i ferrotranvieri e poi via dicendo fino a quando per scioperare, ammesso che sarà ancora concesso, si dovrà prima chiedere un fantozziano "mi scusi...".

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categoria:politica, lavoro, attualità
martedì, 14 ottobre 2008
molino_corderoEsistono scale di valori differenti di fronte alla morte? I fatti che andiamo a sintetizzare sembrerebbero dare una risposta affermativa al quesito. Non stiamo parlando di personalità importanti, nè di personaggi famosi, ma di lavoratori, persone comuni che tutti i giorni lasciano le loro famiglie per  garantirgli una vita dignitosa. Vorrei aprire una riflessione sul senso della giustizia, su come questo, spesso, sia frutto di elaborazioni complesse che trascendono da quelli che dovrebbero essere i normali canoni della civiltà. 
Parto da due episodi, il primo drammaticamente noto a tutti, mentre il secondo, non meno grave, praticamente ignoto ai più.
6 dicembre 2007, Torino, una e mezza di notte, linea 5 della ThyssenKrupp, trabocca l'olio bollente. Qualcuno si affretta a cercare di spegnere quell'inizio di incendio e si scatena l'inferno. Le fiamme investono sette operai. Uno muore subito per gli altri l'agonia sarà  più lunga, ma l'esito tristemente uguale.
16 luglio 2007, Fosssano (CN), ore 14:50,  Molino Cordero S.p.A.  si procede con le normali operazioni di carico di un silo. Improvvisamente una deflagrazione potentissima che causa danni fino a centinaia di metri di distanza. Un operaio muore sul colpo, poi, una dopo l'altra, altre quattro vite umane si spengono.
Quante analogie tra i due incidenti eppure nel loro sviluppo successivo le due storie si muovono su piani differenti.
La prima vicenda ha avuto il pregio di focalizzare l'attenzione sulla guerra interna che si consuma ogni giorno nel nostro Paese. Indubbiamente ha avuto la forza di catalizzare su di sé l'attenzione dei media, della politica, della società civile. Tuttavia alla fine quello che rimane è la sensazione di una spettacolarizzazione utile più a soddisfare le esigenze dello show business che quelle del mondo del lavoro. La sensazione è quella di una speculazione giocata su più livelli. Sembra che si sia scivolati nella retorica della condanna, senza approdare a vere soluzioni. Proprio gli sviluppi differenti delle due vicende appaiono come un dito puntato sull'iniquità. Emerge la reticenza dei  media, soprattutto quelli più popolari, nel dare risonanza alle tragedie sul lavoro soprattutto se queste "appaiono lontane dai santuari del potere economico e politico" come ebbe a dire il sindaco di Fossano. La capacità di plasmare gli eventi della ThyssenKrupp fino a farli apparire distanti dalla realtà, la volontà di creare una frattura, una separazione, tra questo avvenimento e quanto accade quotidianamente nel Paese, la perseveranza nell'attribuire carattere di eccezionalità a questo fatto, finisce per disorientare le coscienze. Si è giunti al ricorso alla categoria dell'eroismo, degno della retorica sovietica,  per aggettivare quei morti. Non può e non deve passare il concetto che lavorare sia un atto di eroismo. Lavorare rimane una necessità e forse Thyssenkruppun'affermazione della dignità personale non certo un atto di eroismo, che per sua natura ha un carattere di eccezionalità. Si concentra l'attenzione su quell'unico evento  mentre molti altri se ne consumano. Tanto clamore per circoscrivere ad un episodio, per sminuire la drammatica portata degli eventi. Si giunge così a pericolose sperequazioni. Da una parte arrivano i doverosi e cospicui risarcimenti per i parenti delle vittime della ThyssenKrupp, dall'altra niente o quasi. Sappiamo bene che se nessuna somma potrà mai ripagare la perdita della vita, ma con molto pragmatismo non ignoriamo che le famiglie devono continuare a vivere. Emergono nuove vittime, vittime dell'ingiustizia. Il Molino Cordero in seguito all'esplosione, nonostante gli sforzi della proprietà,  è fallito a causa della normativa  che riconosce i mulini come luoghi di lavoro non salubri, ma non pericolosi.  Una distinzione fatale. In questi casi il massimale assicurativo coperto è due milioni e mezzo di euro, non sufficienti a coprire i sei milioni di euro di danni provocati dal grave incidente. Non solo ma la legge prevede che  possano essere inclusi nella procedura fallimentare  i creditori della Molino Cordero, banche, fornitori ed ex dipendenti, ma non i famigliari delle vittime.

Storie simili ma percorsi diversi. Rimane l'amarezza per tutti i volti e le vicende cancellate. Rimane l'amarezza della consapevolezza dell'invisibilità delle tragedie che si consumano tutti i giorni.
Sarebbe troppo chiedere che a uguale il dolore, uguale la tragedia, uguali le responsabilità, corrispondesse uguale giustizia?
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categoria:lavoro, societÃ