mercoledì, 18 febbraio 2009
carcereE mentre l'Italia è tutta concentrata sul festival della canzone italiana, a Milano accade che un avvocato inglese viene condannato per corruzione a quattro anni e sei mesi. Non parliamo di uno qualunque, ma di Mills, quello corrotto dal nano-a-cucù, per tacere su alcune cosette un po' troppo compromettenti. Il prode statista dovrebbe essere alla sbarra degli imputati se non fosse stato salvato in extremis dall'ignominioso lodo Alfano, una delle tante leggi ad personam pretese dal buffone di stato.

La sentenza getta ulteriori ombre sulla sua losca figura che, come è stato accertato, nel 1998 ha corrotto l'avvocato accreditandogli la somma di seicentomila dollari per comperare il suo silenzio ai processi sulle tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian.

Una novità interessante riguarda l'interpretazione che il pm ha fornito riguardo all'eventuale prescrizione del reato nei confronti del nano-a-cucù, che,  qualora il vergognoso lodo venisse ritenuto, come auspichiamo, incostituzionale, avverrebbe nel 2010. Tempi stretti, ma uno spiraglio resta aperto, anche se non ci illudiamo sul fatto che un individuo così potente possa mai pagare il prezzo della sua immoralità e illegalità.

Ovviamente Gaetano Pecorella (un altro dei grandi migratori della politica), ha parlato di condanna politica annunciata, in considerazione, a suo dire,  dell'avversione dei giudici per il nano-a-cucù. Ci risiamo. Quando il tribunale emette una sentenza favorevole è un tribunale obiettivo, quando, viceversa, la sentenza non è gradita allora si parla di persecuzione politica.

Purtroppo, non si sa per quale misterioso motivo, gli italiani si sentono irresistibilmente attratti da questo malfattore e sono disposti a bersi clamorose ed evidenti fandonie pur di non guardare in faccia la realtà. Quindi tutti ad ascoltare canzonette, compresa quella del del criminale più apprezzato d'Italia, che come le canta lui non le sa cantare nessuno!  
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categoria:politica, giustizia
lunedì, 26 gennaio 2009
taceteIl grande fratello italiano, l'Echelon di Berlusconi, il Berchelon, dopo il tentativo fatto nel '96, è tornato in auge in questi giorni, grazie al caso che si cercando di montare intorno al presunto "archivio Genchi". Cosa sarebbe questo famigerato archivio? Secondo il nano-a-cucù una sorta di gigantesca raccolta di intercettazioni telefoniche riguardanti migliaia di cittadini. In realtà è una piccola raccolta di tabulati telefonici (quelli contenenti i numeri del chiamante e del chiamato, la durata e l'ora della conversazione, ma nulla sui contenuti di questa) relativi a 730 utenze riconducibili a molte meno persone per effetto della titolarità di più numeri da parte di alcune di esse. Scatta un nuovo attacco alla magistratura, quella scomoda, quella poco compiacente. E' nuovamente De Magistris a fare da capro espiatorio accusato di aver abusato delle sue funzioni incaricando Genchi, un funzionario di polizia in aspettativa che collabora da anni con molte magistrature, di intercettare cittadini innocenti. Scandalo! E la classe politica si ricompatta schierandosi contro il magistrato reo di aver scalfito la torre d'avorio. In verità nessuna legge è stata infranta, nessun abuso è stato perpetrato, come vorrebbero darci da intendere quando si afferma che in quelle "intercettazioni" appaiono i nomi di molte persone  non indagate. Qualunque individuo dotato di un normale senso critico capirà che analizzando il tabulato telefonico di un indagato inevitabilmente ci si imbatterà anche in numeri appartenenti  non indagati, a meno di non presupporre che il sospetto si limiti a telefonare solo ad altri sospetti. Si tratta dell'ennesima montatura accuratamente avvallata dai media, tutti pronti a sostenere l'inaccettabilità di una simile pratica tutta volta alla violazione della nostra privacy. Il vero obiettivo, neppure troppo celato, è quello di strappare dalle mani della magistratura lo strumento delle intercettazioni telefoniche che troppi grattacapi ha procurato alla politica. Altro che Berchelon!
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venerdì, 23 gennaio 2009
Su segnalazione di Roberta da Sydney pubblichiamo la lettera della Dott.ssa Nuzzi all'Associazione Nazionale Magistrati (Fonte: Voglioscendere)


Alla Associazione Nazionale Magistrati - Roma

"Signor Presidente,
Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.
Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.
Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.
Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.
Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.
Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.
Il popolo saprà che è giusto così.
E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”:  “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.
Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?
Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?
Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?
Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.
Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.
E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.
Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione. Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.
So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.
Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.
Io preferisco rappresentarmi da sola".  

Dott.ssa Gabriella NUZZI
Magistrato
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martedì, 20 gennaio 2009
De MagistisDal Corriere della Sera: "La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio il procuratore di Salerno Luigi Apicella e ha trasferito d' ufficio il pg di Catanzaro Enzo Jannelli, il suo sostituto Alfredo Garbati e i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani coinvolti nel caso De Magistris. La decisione è stata presa dopo cinque ore di camera di consiglio."
Gongola la politica che è riuscita nuovamente a spostare l'attenzione dai fatti concreti, dai suoi misfatti, dalle sue connivenze, ad un'inesistente "guerra" tra le procure. In realtà non esiste nessuna guerra, ma il dovere della procura di Salerno di indagare su quella di Catanzaro a fronte di legittimi sospetti. L'attacco la politica lo mosse direttamente a De Magistris, reo di indagare sui misfatti di politici appartenenti a tutto l'arco parlamentare, non ultimo, l'allora guardasigilli Mastella (una scelta scellerata che costò cara al governo Prodi). Sappiamo quanto il Parlamento sia abile a compattarsi, a rinnovare il proprio spirito corporativo, quando deve difendere gli interessi, spesso occulti, dei propri occupanti. Il magistrato fu lasciato solo, anche in virtù del fatto che nella sua inchiesta erano finiti alcuni colleghi, insieme al suo capo. Non un solo accenno di protesta da parte dell'ANM per lo scippo delle carte dalle mani del magistrato. Ovviamente sarebbe stato legittimo, ritenendo che De Magistis stesse sbagliando, ricorrere al GIP, al Tribunale del Riesame, alla Corte d'Appello, alla Corte di Cassazione, ma appare quantomeno sospetto il fatto di sottrargli l'indagine adducendo motivazioni ridicole, quali l'incompatibilità ambientale. Quello su cui stava indagando De Magistris era una sorta di cupola capace di gestire interessi e potere che vede coinvolti politici, magistrati, faccendieri, clero...  A questo punto entra in gioco la procura di Salerno a cui De Magistris si era rivolto per la competenza istituzionale che l'è attribuita a indagare su eventuali irregolarità commesse da quella di Catanzaro. L'inchiesta della procura di Salerno evidenzia come quelle inchieste siano state sottratte al magistrato non per vizi procedurali, ma per i fastidi arrecati andando a ficcare il naso in faccende poco chiare, portando alla luce intrecci pericolosi e interessi occulti. Quindi nessuna guerra si stava consumando, più semplicemente si era messo in moto un regolare ed auspicabile percorso istituzionale che avrebbe dovuto garantire il regolare prosieguo delle indagini in corso. Purtroppo, a sua volta, la procura di Salerno solleva il coperchio su una questione molto delicata, tutta ovviamente da dimostrare (ma a questo punto temo che resteremo nel dubbio), portando alla luce i presunti  contatti che alcuni dei colleghi di De Magistris avrebbero avuto con i principali indagati delle sue inchieste, il senatore Pittelli di Forza Italia e Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere in Calabria,  per uno scambio di favori. Saremmo quindi di fronte a un gravissimo caso di corruzione in atti giudiziari. Tuttavia la decisione del Csm pare dare sostanzialmente ragione alla procura di Catanzaro, lasciando, di fatto, l'inchiesta in mano a chi è sospettato di insabbiarla e punendo pesantemente chi invece stava indagando su questa ipotesi. Stando così le cose temiamo che su Poseidone e Why not, il nome delle due inchieste di De Magistris, calerà presto l'oblio lasciando il posto alle discussioni sulla fantomatica "guerra" delle procure sulla quale ieri si è tentato di mettere la parola fine.
La casta ringrazia e si appresta a varare più serenamente la riforma della giustizia che tra i suoi principi si appresta a scardinare definitivamente, dopo il già vituperato lodo Alfano,  il principio, sancito dalla Costituzione (art. 3), dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Lo vuol fare eliminando l'obbligatorietà dell'azione penale, ossia il principio in forza al quale chiunque commetta un reato deve essere chiamato a risponderne.  Ma  questa è un'altra storia e torneremo a parlarne.
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categoria:politica, giustizia
giovedì, 15 gennaio 2009
Quattro aggressori di Emmanuel, alcuni vigili urbani di Parma di cui avevamo già parlato qui, sono stati messi agli arresti domiciliari perché sussisterebbe il pericolo di inquinamento delle prove. Un provvedimento che appare un po' tardivo, visto che sono passati i mesi nel frattempo. Persino la giunta parmense ora si è mossa sospendendo dal servizio, in via cautelativa,  i prodi tutori dell'ordine. 
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categoria:giustizia, attualità, società
mercoledì, 17 dicembre 2008
A proposito di questione morale...


Dal Corriere della Sera :

Quattro anni e otto mesi. È la condanna chiesta per l'avvocato David Mills dal pm Fabio De Pasquale che ha tenuto la sua requisitoria davanti ai giudici della X Sezione penale del tribunale di Milano. Secondo l'accusa Mills agì «con la paura del colpevole» quando il fisco inglese si interessò a quei 600 mila dollari che il legale avrebbe ricevuto da Silvio Berlusconi per rilasciare dichiarazioni non veritiere nell'ambito di due vecchi processi milanesi: All Iberian e quello sulla corruzione nella Guardia di Finanza.

«RAPPORTO DI SUDDITANZA» - «Non fu una corruzione occasionale, Mills aveva un rapporto di sudditanza e dipendenza economica con Silvio Berlusconi e il suo gruppo - ha detto De Pasquale -. Ha preso tanti soldi per dire il falso nei processi a carico di Berlusconi». Un rapporto di «sudditanza e dipendenza economica» che, secondo il pm, comincia nel 1995 e va avanti fino al 2004. Il pm ha sottolineato come Mills abbia avuto in tutta questa vicenda un «comportamento particolare» così come «è particolare il suo ruolo di avvocato d'affari». La difesa dell'imputato parlerà a gennaio, quando ci sarà anche la sentenza. L'accusa a suo carico è di corruzione in atti giudiziari; reato ipotizzato anche per il presidente del Consiglio, ma la sua posizione è stata stralciata in attesa che la Consulta decida sull'ammissibilità del lodo Alfano.


Non stupisce certamente il rapporto di sudditanza e dipendenza economica di Mills verso il nano-a-cucù, lo stesso di cui "godono" tutti i suoi sodali, compresi quelli di "Roma ladrona" trasformatasi in "Roma poltrona".

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categoria:politica, giustizia
venerdì, 12 dicembre 2008
Tratto da Archivio '900:

12 dicembre 1969

un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.
Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra.
Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.

15 dicembre 1969,

tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché "il fatto non sussiste".
Intanto gli inquirenti continuano a seguire la pista anarchica.


16 dicembre 1969

Viene arrestato Pietro Valpreda appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale viene accusato di essere l’esecutore materiale della strage. La conferma di tali accuse è data da un tassista, Cornelio Rolandi , che racconta di aver portato Valpreda il 12 dicembre sul luogo della strage e da Mario Merlino anch’egli militante nel gruppo 22 marzo, che però si scoprirà poi essere un neofascista infiltrato dai servizi segreti.
Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici, si scopre che le borse utilizzate per contenere l’esplosivo sono stata acquistate a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà dopo più di un anno ad indagare anche negli ambienti di eversione nera.
I primi neofascisti ad essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda nasce ad Avellino e vive a Padova dove milita nella gioventù missina alle superiori e nel Fuan all’università. Abbandonerà poi l’Msi per aderire all’organizzazione Ordine Nuovo guidata da Pino Rauti. Grande ammiratore di Hitler ed Himmler è convinto sostenitore della supremazia della razza ariana. Ventura nasce a Treviso, milita nell’Azione cattolica e poi nell’Msi. È amico di Freda e come lui ha una formazione ideologica di stampo neonazista. Adesso la pista che si segue è quella nera, e l’indagine coinvolge nuovi personaggi come Guido Giannettini appartenente al Sid esperto e studioso di tecniche militari. Il suo nome viene coinvolto nelle indagini dopo le dichiarazioni di Lorenzon, un professore di Treviso amico di Giovanni Ventura, il quale riferisce al giudice Calogero alcune confidenze fattegli da Ventura circa gli attentati dinamitardi avvenuti i quel periodo. Lorenzon prende questa iniziativa il 15 dicembre ‘69, giorno in cui si reca dall’avvocato Steccarella, a Vittorio Veneto, dove stende un memoriale che poi verrà consegnato alla magistratura. Valpreda si trova ancora in carcere quando nel 1971, si scopre per caso un arsenale di munizioni NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le armi ritrovate sono presenti delle casse dello stesso tipo di quelle utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana. Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo neofascista si riuniva presso una sala dell’Università di Padova messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anch’egli esponente di Ordine Nuovo e fidato collaboratore di Franco Freda.


23 febbraio 1972

inizia a Roma il primo processo per la strage, che vede come principali imputati Valpreda e Merlino. Il processo verrà poi trasferito a Milano per incompetenza territoriale ed infine a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.


3 marzo 1972

Freda e Ventura vengono arrestati e con loro finisce in manette anche Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, su mandato del procuratore di Treviso, con l’accusa di ricostituzione del partito fascista, e perchè implicato negli attentati del’69 e nella strage di piazza Fontana. L’inchiesta è in mano ai magistrati milanesi D’ambrosio e Alessandrini, i quali decidono di rimettere in libertà Pino Rauti senza far cadere i capi d’accusa, per evitare che se Rauti fosse eletto deputato i fascicoli passassero ad una commissione parlamentare. Dalle indagini emerge sempre più chiaramente un collegamento fra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. È infatti alla fine del 1972 che uomini del Sid intercettano il Pozzan , latitante dal giugno dello stesso anno, quando fu emesso nei suoi confronti un mandato di cattura per concorso nell’attentato di piazza Fontana, e dopo averlo sottoposto ad un interrogatorio ed avergli fornito un passaporto falso lo hanno fatto espatriare in Spagna. Il Sid interviene anche per Ventura all’inizio del 1972, quando questi, detenuto nel carcere di Monza, sembra voler cedere e rivelare alcune informazioni sulla strategia della tensione, gli viene fatta avere una chiave per aprire la cella e delle bombolette di gas narcotizzante per neutralizzare le guardie di custodia permettendogli la fuga. Siamo adesso alla volta di Giannettini, il quale, legato al Sid da un rapporto di collaborazione, dopo essere stato sospettato di coinvolgimento nella strage, viene indotto ad espatriare in Francia dove continuerà ad essere stipendiato dal Servizio.


20 ottobre 1972

Tre avvisi a procedere , per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, sono inviati a Elvio Catenacci, dirigente degli affari riservati del Ministero degli interni, al questore di Roma Bonaventura Provenza e al capo dell’ufficio politico della questura di Milano Antonino Allegra.


29 dicembre 1972

Torna libero Pietro Valpreda. Viene infatti approvata una legge che prevede la possibilità di accordare la libertà provvisoria anche per i reati in cui è obbligatorio il mandato di cattura.


18 marzo del 1974

Il processo riprende a Catanzaro il ma dopo trenta giorni ci sarà una nuova interruzione per il coinvolgimenti di due nuovi imputati: Freda e Ventura.


Catanzaro, 27 gennaio 1975

Al terzo processo sono imputati sia gli anarchici che i neofascisti. Anche questo procedimento viene interrotto, dopo un anno, per l’incriminazione di Giannettini


Catanzaro, 18 gennaio 1977

Gli imputati sono: neofascisti, Sid e anarchici.
La sentenza: ergastolo per Freda, Ventura e Giannettini, assolti Valpreda e Merlino.
Gli imputati condannati con la prima sentenza verranno poi assolti tutti in appello, ma la Cassazione annullerà la sentenza proscioglierà Giannettini e ordinerà un nuovo processo.


Catanzaro, 13 dicembre 1984

inizia il quinto processo che vede come imputati Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Tutti assolti. La sentenza è confermata dalla Cassazione.


Catanzaro, 26 ottobre 1987

Al sesto processo gli imputati sono i neofascisti Fachini e Delle Chiaie.


20 febbraio 1989

gli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto


1990

le indagini riaperte dal Pubblico Ministero Salvini subiscono una svolta decisiva. Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di ordine Nuovo, per sua stessa ammissione, è l'esecutore materiale della strage. Zorzi dopo l’attentato riparò in Giappone dove tuttora vive protetto dal governo Nipponico che ha sempre rifiutato di concedere l’estradizione del neofascista.


5 luglio 1991

la sentenza di assoluzione per fachini e Delle Chiaie viene confermata dalla Corte d’assise d’appello di Catanzaro.


11 aprile 1995

a conclusione di quattro anni di indagini svolte sull' attivita' di gruppi eversivi dell' estrema destra a Milano, un' inchiesta parallela a quella sulla strage di Piazza Fontana, il giudice istruttore Guido Salvini rinvia a giudizio Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Carlo Digilio e Ettore Malcangi e trasmette a Roma gli atti riguardanti Licio Gelli per il reato di cospirazione politica per il quale, comunque, non si potra' procedere perche' il gran maestro della Loggia P2 non ha avuto l' estradizione dalla Svizzera per questo reato.


17 maggio 1995

arrestato l' ex agente della Cia Sergio Minetto.


10 novembre 1995

Il tg di Videomusic dice che il giudice Salvini 'si e' formato l' opinione' che l' autore della strage sarebbe Delfo Zorzi. Il giudice protesta per la fuga di notizie.


23 luglio 1996

arrestati Roberto Raho, Pietro Andreatta, Piercarlo Montagner e Stefano Tringali, accusati di favoreggiamento personale aggravato.


14 giugno 1997

il gip Clementina Forleo emette due ordini di custodia, uno per Carlo Maria Maggi, l'altro, non eseguito, nei confronti di Delfo Zorzi, da vari anni imprenditore in Giappone.


21 maggio 1998

La Procura di Milano chiude l'inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (21 dicembre 1969 alla Banca dell'Agricoltura) e deposita la richiesta di rinvio a giudizio per otto persone, tra cui: Carlo Maggi, il medico veneziano a capo di Ordine Nuovo nel Triveneto nel 1969; Delfo Zorgi, neofascista di Mestre oggi miliardario in Giappone; Giancarlo Rognoni, milanese, allora a capo della '?Fenice''; Carlo Digilio, esperto di armi e esplosivi in contatto anche con i servizi segreti, che e' l'unico 'pentito' dell'inchiesta; e i due ex appartenenti ad Ordine Nuovo Andreatta e Motagner, accusati di favoreggiamento. I magistrati della procura milanese hanno tenuto aperto uno 'stralcio' riguardante Dario Zagolin, che secondo alcune testimonianze sarebbe stato in contatto con Licio Gelli, presunto stratega dei progetti golpisti che avrebbero fatto da sfondo alle stragi di quegli anni, e un altro riguardante la 'squadra 54', un nucleo speciale di quattro poliziotti dell' Ufficio Affari riservati del Viminale, spediti a Milano nei giorni dell'attentato di Piazza Fontana.


13 aprile 1999

con una serie di eccezioni preliminari comincia l'udienza preliminare del processo d'appello.


8 giugno 1999

il gip Clementina Forleo rinvia a giudizio l'imprenditore Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e Stefano Tringali con l'accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.


16 febbraio 2000

comincia in seconda sezione della Corte d' Assise di Milano il nuovo processo, ma la prima udienza dura solo 20 minuti per lo sciopero degli avvocati.


1 luglio 2001

la Corte di Assise di Milano condanna all' ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. Prescrizione per Carlo Digilio, esperto d'armi e collaboratore della Cia: ha collaborato e la corte gli ha riconosciuto le attenuanti generiche.


19 gennaio 2002

 Depositate le motivazioni. I pentiti Digilio e Siciliano sono credibili.


6 luglio 2002

Muore Pietro Valpreda, 69 anni, il ballerino anarchico che fu il primo accusato per la strage.


16 ottobre 2003

 A Milano comincia il processo presso la Corte d'assise d'appello.


22 gennaio 2004

Al termine della requisitoria, il sostituto procuratore generale Laura Bertolè Viale chiede la conferma della sentenza di primo grado e invita la Corte a trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per accertare eventuali reati di falsa testimonianza in alcune deposizioni di testi a difesa.


12 marzo 2004

La Corte d'assise d'appello di Milano assolve Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, i tre imputati principali della strage, per non aver commesso il fatto. Riducono invece da tre a un anno di reclusione la pena per Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.



21 aprile 2005

Approda di nuovo in Cassazione la vicenda giudiziaria. La Suprema Corte deve esaminare il ricorso presentato dalla Procura generale milanese contro l'assoluzione disposta dalla Corte d'assise d'appello.


3 maggio 2005

La Cassazione chiude definitivamente la vicenda giudiziaria confermando le assoluzioni di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.
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venerdì, 05 dicembre 2008
DeMagistrisOramai tutto apprare andare in caduta libera e le leggi newtoniane paiono adattarsi perfettamente anche alla situazione istituzionale italiana. La situazione appare confusa anche per merito di una classe politica ormai fortemente orientata alla tutela di interessi particolaristici e adagiata su un'idea di riforma del Paese che va nella direzione di un sostanziale consolidamento e rafforzamento dei suoi poteri e delle sue prerogative, svincolata da ogni possibile impedimento.  La guerra tra le procure  di Salerno e Catanzaro nasce e prospera proprio sula base di questa assenza di etica e di morale civica che investe il Paese ormai da anni. Appare beffardo che nell'anno del sessantesimo anniversario della nostra Costituzione questa sembri dimenticata, abbandonata ed avvilita come mai prima. Probabilmente è proprio questa percezione di sbando ad aver indotto il Presidente della Repubblica a chiedere alla Procura di  Salerno gli atti che hanno portato nei giorni scorsi alle perquisizioni degli uffici e delle abitazioni di alcuni ex colleghi di De Magistris. Un'azione forte con perquisizioni nelle abitazioni di alcuni indagati dalle quali sono stati prelevati anche i computer. Tuttavia la Procura di Catanzaro non ci sta, e ieri,  ha bloccato gli atti già sequestrati dalla Procura di Salerno. Una sorta di caccia al cospiratore, dove tutti sospettano di tutti, dove non si capisce se siano stati gli ex colleghi di De Magistris a tramare nel buio oppure quelli di Salerno ad agire in suo favore.  Anche la scelta fatta da  Napolitano, chiedendo solamente alla procura di Salerno gli atti di indagine, potrebbe essere interpretata come una scelta di campo. In questo bailamme istituzionale non poteva mancare l'ennesima delirante dichiarazione di Kossiga, secondo il quale “è un bene che le procure si indaghino tra di loro e anche che i magistrati si arrestino l’un l’altro”. Forse sono proprio le parole dell'ex Presidente della Repubblica a rivelarci il vero desiderio, neppure troppo celato, di questa classe politica.
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categoria:politica, giustizia
sabato, 29 novembre 2008
manetteLo stiamo scrivendo già da tempo: l'imbarbarimento è alle porte, o forse ha già permeato la nostra civiltà. E' sufficiente limitarsi a scorrere i titoli dei quotidiani per rendersene conto, e lo sgomento cresce nella consapevolezza che quelle letture ben poco rappresentano della realtà nella sua complessità. Oggi la notizia arriva dalla vicina Francia dove ci si appresterebbe ad approvare una legge che abbatte a dodici anni l'età a cui si diventa pienamente responsabili delle proprie azioni. Se il fatto appare stupefacente in questa sua formulazione, assurdo diviene quando si scopre che è stata propugnata la tesi di abbassare tale soglia fino ai dieci anni. Questa non è una soluzione, ma mi appare piuttosto come una comoda scorciatoia per non arrivare al cuore del problema. Troppo complesso cercare di districarsi nel ginepraio dello sfruttamento minorile. Dodici anni è un'età che conosco bene: è quella di mio figlio e dei suoi amici. Provate a guardare negli occhi, ad ascoltare i discorsi, di questi ragazzini e vi renderete conto di quanta fragilità vi sia ancora nei loro pensieri, nei loro sentimenti, nelle loro azioni. Come non tenere poi in conto l'individualità, quell'insieme di fattori che ci rendono unici e quindi difficilmente assimilabili in  più o meno ristrette categorie, che, sopratutto in un'età di equilibri ancora precari, costituisce un elemento di valutazione primario. L'idea suggerita dall'apparente risolutezza dei legislatori è quella di una resa incondizionata, di una dichiarazione esplicita di inadeguatezza, d'incapacità ad intervenire con politiche sociali in grado di sottrarre i giovanissimi alla criminalità. E' come un'alzata di mani della società che arretra sulla strada della civiltà per affidare alla repressione, invece che alla prevenzione, la risposta ad un suo problema. E di questo si tratta, non di soluzione, ma della necessità di dare un segnale, qualunque esso sia, pur di non restare a guardare. Eppure, la mia impressione, è che a volte sarebbe meglio soffermarsi a guardare, ad ascoltare, a cercare di  capire meglio per poi intervenire, per curare e non per uccidere.
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categoria:giustizia, società
venerdì, 14 novembre 2008
DiazIngiustizia è fatta. L'avevamo preannunciato e puntualmente è arrivata una sentenza che sostanzialmente lascia tutti impuniti. Lascia impuniti sopratutto i vertici della polizia che non rispondono davanti alla giustizia e al popolo italiano delle violenze del 21 luglio 2001 avvenute all'interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Sono stati assolti i funzionari di polizia che firmarono il verbale di perquisizione Gratteri, Luperi e Calderozzi. Non solo costoro non rispondono dei crimini commessi, ma nel frattempo sono stati promossi a nuovi incarichi: uno schiaffo morale in faccia al Paese. Ricordiamo che Giovanni Luperi nel 2001 era nel 2001 vice direttore dell'Ucigos ed ora è a capo del Dipartimento di analisi dell'Aisi (ex Sisde),  Francesco Gratteri era direttore dello Sco ed ora è a capo dell'Anticrimine, mentre il suo posto è stato occupato da Gilberto Calderozzi. Anche di fronte all'assoluzione del tribunale non è ammissibile una loro assoluzione morale. E' incontrovertibile che le loro responsabilità non posso prescindere da quelle dei loro collaboratori, tanto più quando non si tratta dell'atto di un singolo uomo, che avrebbe potuto essere fuori controllo, ma di un operazione architettata ed eseguita da una squadra di uomini. I crimini che ne seguirono non furono perpretrati da uno o due poliziotti fanatici, ma da un nucleo di agenti. Nessuno sapeva? In un processo si dibattono questioni tecniche su cui non abbiamo competenza, ma certamente possiamo affermare da cittadini che la condanna morale resta. Così come resta lo sdegno nel constatare che chi si è mostrato capace di così gravi incompetenze, impreparato nell'organizzare e controllare un rastrellamento, che ha dimostrato un'inefficienza costata cara ai malcapitati ed alla democrazia stessa, possa venire premiato con una promozione. In un Paese civile ci si aspetterebbero almeno dei provvedimenti disciplinari. Invece le condanne sono arrivate per tredici componenti del Settimo Nucleo Mobile di Roma. Il massimo della pena è stato inflitto a Vincenzo Canterini che era a capo del nucleo:  quattro anni, di cui tre condonati,  per i reati di calunnia, falso ideologico e lesioni. In pratica nessuno vedrà il carcere. Alla lettura della sentenza si alzato il grido di sdegno "vergogna, vergogna!". E questo Paese si deve proprio vergognare. Tutti i processi riguardanti i fatti del G8 di Genova, finora, si sono risolti con pene irrisorie e sopratutto non hanno mai colpito i mandanti, ma sempre solo alcuni degli esecutori, quelli per cui l'evidenza era tale da non poterli rendere difendibili ad oltranza.
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categoria:giustizia, attualitÃ