venerdì, 20 novembre 2009
Torno momentaneamente su queste pagine perché credo che il grido d'allarme che voglio lanciare sia da diffondere ovunque ci sia concesso e con la maggiore capillarità possibile.

AcquaA colpi di voto di fiducia avanza la trionfale marcia distruttrice del Paese progettata da questo governo, o meglio dalla P2 da cui discende direttamente il suo programma.
Ora è arrivato il momento dell'acqua, un bene primario, come l'aria, che appartiene a tutti o meglio dovrebbe appartenere a tutti. E già, perché da oggi l'acqua di questa povera Italia è in vendita, cedibile al miglior offerente. Così, mentre in Francia dopo 25 anni di fallimentare gestione dell'acqua da parte dei privati il governo liberista di destra ha dovuto fare marcia indietro e tornare alla gestione pubblica, i nostri prodi faccendieri-deputati annusano l'affare e ci si buttano a capofitto. Tutti sanno che l'acqua è destinata a divenire l'oro del XXI secolo e metterci le mani sopra per tempo significa garantirsi lauti guadagni futuri. Certo nel testo si precisa che la proprietà pubblica del bene acqua dovrà essere garantita, ma a quale prezzo e con quale qualità?
Esiste poi una considerazione etica non di secondaria importanza:di chi è l'acqua e qualcuno ha diritto di venderla a qualcun altro? E dell'aria cosa ne faremo?
E' una questione rispetto alla quale tutti i cittadini, senza distinzione di colore politico, dovrebbero insorgere, pena un futuro fatto di sete e privazioni per i più deboli, ma anche di sempre crescenti tensioni sociali. Invito tutti coloro che vedono in questo governo la risposta ai problemi del nostro paese sempre più malato a riflettere bene sulla portata di un simile provvedimento. Bisogna ribellarsi di fronte ad un sopruso che scippa alla collettività un bene comune e indivisibile per assegnarlo ai soliti noti.

Per il  resto continuiamo a vederci altrove.
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categoria:etica, politica, ambiente, attualità
martedì, 03 marzo 2009
Il costo della vita in Italia cala. Finalmente si vedono risultati concreti da questo governicchio che non solo non fa perdere terreno, ma anzi ne fa conquistare, seppur ancora in piccola misura, agli uomini tra i più pagati ed i meno preparati di questo Paese confermandone lo status di più tutelati. Un euro e cinquanta centesimi è quanto costa il pranzo di un senatore della Repubblica Italiana e prezzi diminuiti del 20% alla buvette parlamentare, forse a causa della crisi economica?

Ecco alcuni prezzi:

caffè  42 centesimi,
spremuta 92 centesimi, 
panino con prosciutto 1 euro e 17,
tramezzino 96 centesimi,
cappuccino 58 centesimi, 
tè 84 centesimi,
birra 1 euro e 60 centesimi,
pasticcino 46 centesimi.
primo piatto 1 euro e 50 centesimi

Roba da fare invidia alle iniziative di tutela dei consumatori con prezzi dei generi di prima necessità calmierati.

Non c'è che dire: un vero segno dei tempi e della moralità che investe questo Paese. Clap, clap, clap....
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categoria:etica, politica, economia, società
lunedì, 23 febbraio 2009
Il PD è ripartito esattamente da dov'era. Non c'è accordo interno su un tema fondamentale come quello del testamento biologico. Rutelli, che si sente furbo, e che da antico radicale si è ritrovato clericale, propone la terza via: l'idratazione e nutrizione artificiale possono essere rifiutate solo in modo esplicito. Quindi bisognerebbe suggerire a coloro che sono in coma irreversibile di svegliarsi almeno per un momento, possibilmente in presenza di molti testimoni, per manifestare la propria volontà. Fantastico. Ovviamente sono su posizioni opposte i laici della coalizione, che,attraverso le parole di D'Alema, sostengono che  "l’idea che una persona possa essere obbligata dalla legge a subire trattamenti che non desidera, è un’idea che non ha eguali in nessun paese civile, e speriamo che possa essere evitata ai cittadini italiani".

Speriamo che Franceschini possa mettere tutti d'accordo, ma nel frattempo la maggioranza irride alla minoranza attraverso le parole di Sacconi che beffardo si prende gioco dell'opposizione che, a suo dire,  «riconosce infatti la tesi da sempre sostenuta da governo e maggioranza: idratazione e alimentazione corrispondono a bisogni vitali della persona e non sono quindi terapie. Sembra peraltro permanere un incomprensibile salto logico per cui "eccezionalmente", sulla base comunque di una volontà espressa dalla persona, sarebbe possibile interrompere acqua e cibo. È ben vero che anche in base a questa tesi Eluana Englaro non avrebbe potuto essere condotta a morte perchè il provvedimento giudiziario si è fondato su una volontà presunta e non espressa».

Interessante poi notare come nella maggioranza una sua consistente parte, quella che propugna l'autodeterminazione dei padani, non si senta altrettanto in dovere di propugnare l'autodeterminazione degli individui. Singolare.

Lo sconcerto è ancora maggiore quando ci si accorge che il monito più deciso ci giunge da dove l'eutanasia la si è praticata. Micromega ha pubblicato sul numero 5/2007 un saggio di Lina Pavanelli dal titolo: "La dolce morte di Karol Wojtyla". In sintesi, l'autrice analizzando i fatti noti ha ricostruito il periodo finale della malattia del pontefice giungendo alla conclusione che la morte avvenne per sospensione dell'alimentazione, cosa che ovviamente contrasta fortemente con le norme espresse nei testi ufficiali della Chiesa cattolica.

Non solo è sempre più difficile essere artefici del proprio destino, a meno che non si ricorra alla pratica del leccaculismo da sempre in voga nel nostro Paese, ma che ora sta conoscendo momenti di nuovo vigore, ma ci viene negato anche il diritto di restare padroni della nostra fine. Qui non parliamo di suicidio, ovviamente, ma di eutanasia, di una pratica che dovrebbe essere regolamentata, ma accessibile a tutti. Nella generale ipocrisia si nasconde il fatto più evidente: questa pratica è concessa solamente ai potenti ed ai ricchi, a coloro insomma che possono concedersela.  La dolce morte viene negata al popolo in nome di ideali calpestati dai loro stessi sostenitori.

Non ritengo sufficiente la norma sul testamento biologico. E' un primo passo, ma l'obiettivo deve essere l'eutanasia concessa a tutti coloro che soffrono senza alcuna speranza. Nella disperazione. Il diritto alla dignità nel momento ultimo dell'esistenza non può essere ad appannaggio dei pochi.
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categoria:etica, politica
lunedì, 09 febbraio 2009
Cerchio_della_vitaEluana è deceduta alle 20.10 nella clinica La Quiete di Udine dove era ricoverata.

Le lacrime di Beppino Englaro, il papà, all'uscita dalla clinica ci raccontano della tremenda tragedia di un padre dilaniato da due sentimenti d'amore antitetici. Quella scelta tremenda, vilmente strumentalizzata da chi il dolore non lo conosce, ma lo usa per la propria propaganda elettorale, ha spezzato il cuore di quest'uomo, che si è dovuto caricare addosso la croce tremenda di una scelta dilaniante. Nessun genitore vorrebbe sopravvivere ai propri figli. Come possono pensare questi quattro buffoni della politica da due soldi di profferire una sola parola su una simile tragedia intimamente umana?

Eppure, neanche la morte, quella di fronte alla quale una volta ci si levava il cappello in silenzio, riesce a portare la dignità nel nostro Parlamento, popolato di esseri microcefali che della moralità sanno solo farne un falso vessillo politico, buono per tutte le stagioni. Giunta la notizia del decesso di Eluana in Parlamento, dove era in corso un animato dibattito sul ddl, dai banchi del centrodestra si è levato un coro, «assassini» all'indirizzo dei rappresentanti del centrosinistra. Vorrei sapere quanti di quegli sguaiati urlatori nutrano un reale e genuino interesse per la vicenda umana della famiglia Englaro. Vorrei sapere quanti di quei pagliacci abbiano mai pensato a Eluana come donna e come essere umano prima ancora che come argomento per una battaglia politica. Sbigottisco poi di fronte alla sceneggiata improvvisata (o forse preparata già da tempo) dal vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, che ha scagliato il microfono in terra urlando in lacrime: «Eluana non è morta, è stata ammazzata». Sì, la memoria di Eluana è stata ammazzata da chi ha strumentalizzato la sua morte, e l'ha tradotta in uno spettacolo da teatro di periferia. Vergogna! E si vergogni anche l’opposizione, che altro non è se non l’altra faccia della maggioranza, che non ha saputo far di meglio che fischiare. Così, inevitabilmente, l’epilogo non poteva che essere una rissa da stadio. Plaudiamo a questi paladini della dignità e a tutti coloro che li voteranno nuovamente.

Lontani dai banchi della vergogna, ci si accorge di quanto breve sia stata la storia di Eluana una volta spezzato quel cordone ombelicale artificiale che manteneva in vita le sue cellule. Le strumentalizzazioni di ieri svaniscono in un attimo ed i piazzisti della vita, quelli che la vita la difendono a parole, ma mai nei fatti, appaiono beffati da quell’anima che sembra averci voluto indicare quanta fretta avesse di fuggire da una prigione di carne morta, per ritrovare la libertà lungamente negata, finalmente lontana da quelle spoglie che anche la chiesa pare voler difendere più dell’anima stessa.

Ci piace immaginare che quel sorriso usato come arma di ricatto morale in questi giorni, ora sia potuto tornare in qualche modo ad essere. Ora, Eluana, sei finalmente libera.

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categoria:etica, politica
venerdì, 06 febbraio 2009
clandestinoQual'è il volto della vera Italia: quello di chi difende la vita e la salute o quello di chi, viceversa, affossa questi diritti fondamentali? La confusione nasce dalle notizie che giungono in questi giorni. Da un lato il caso di Eluana Englaro, di cui ci siamo occupati ieri, dall'altro il caso dell’emendamento della Lega  votato in aula, che cancella la norma per cui il medico non deve denunciare lo straniero che si rivolge a strutture sanitarie pubbliche.

Del resto i presagi erano evidenti già nelle parole di uno dei più importanti ministri della Repubblica, quello degli Interni, che ha sostenuto la necessità di "avere il coraggio di essere cattivi con i clandestini". Qualcuno potrà obiettare che non ci sono attinenze. E invece sì.

Ripartiamo da dove avevamo interrotto il discorso sulla clandestinità (vedi qui).
Sappiamo quanto sia sempre stato fondamentale per il controllo del potere individuare un nemico verso cui indirizzare l'odio dei governati. Il nemico interno è colui su cui si possono scaricare le colpe dei propri insuccessi, è colui verso il quale è possibile indirizzare i malumori del popolo. Il nemico interno come paradigma del male. Poco importa se sia reale o frutto di un'abile costruzione. Da qui l'importanza di dare un volto al nemico della società: il clandestino.

Un'Italia che non include, ma esclude, necessita di una giustificazione morale. Ecco allora che il clandestino, che non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è il criminale per antonomasia come si vorrebbe far credere, individuato come nemico, può essere oggetto di quella che finalmente, senza più parafrasare, la politica può chiamare cattiveria. La cattiveria diventa istituzionalizzata, decretata, normata. Si decide dunque di non prestare più soccorso al nemico, di negargli quello che non è un diritto di cittadinanza, ma un diritto della persona: le cure sanitarie. Così, tragicamente, il cerchio si chiude. Gli stessi che affermano l'ineluttabile necessità della cattiveria di stato, ritengono inumano lasciare andare in pace  un essere tenuto in vita artificialmente da 17 anni. Una "non vita" contro migliaia di vite. Morte con morte.

Un problema di relatività. La "non vita" di un cittadino vale molto più di migliaia di vite di clandestini. O, forse, più semplicemente e cinicamente, tutto si gioca sul calcolo elettorale delle preferenze a cui vengono assecondati principi fondanti della dignità umana, principi che differenziano la cività dalla barbarie.

A coloro che comunque restano convinti della bontà delle scelte egoistiche di questa scellerata maggioranza, va il mio invito a riflettere, egoisticamente ovviamente, sulla propria salute e le proprie tasche. 
Cosa succederebbe se un clandestino (perché sia ben chiaro che questo provvedimento accresscrà solamente il fenomeno e non lo combatterà) appestato accidentalmente entrasse in contatto con i vostri figli?
O più banalmente se iniziassero a diffondersi malattie, non necessariamente gravi o mortali, ma che inevitabilmente alzerebbero il costo della spesa sanitaria nazionale?
Beh, credo che questo sia il giusto prezzo da pagare per le scelte immorali di un paese incivile.
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categoria:etica, politica
giovedì, 05 febbraio 2009
Cerchio_della_vitaBasta! Sul caso di Eluana Englaro si è veramente superato ogni limite. Si vergognino i mezzi di comunicazione di massa che hanno trasformato un'intima tragedia famigliare in una grande bagarre mediatica. Si vergogni per l'ennesima volta il laido Vespa che non esita mai a speculare sul dolore altrui. Si vergognino i politici a cavalcare un caso umano a meri fini elettorali, Sacconi in testa, probabilmente sguinzagliato dal padrone per sondare le reazioni dell'opinione pubblica. Ora il nano-a-cucù in persona, forse meglio dire personcina, ha deciso di intervenire, per assicurarsi anche lui la sua fetta di protagonismo in questa terribile, da un lato, e squallida dall'altro, vicenda. Basta con le carte bollate e gli scontri di potere. Non si può sfruttare una simile situazione per continuare a combattere la sotterranea lotta tra politica e magistratura. Vergogna! Io non so se Eluana possa percepire qualcosa di ciò che la circonda o anche solo il dolore, non lo sa neppure la scienza perché troppo poco conosciamo del nostro universo interiore, ma credo che ognuno abbia diritto alla dignità, anche nel momento più estremo della propria parabola esistenziale. Sicuramente siamo di fronte ad una vacanza giuridica in materia di eutanasia, ma questa è una discussione che deve essere affrontata a prescindere dai singoli casi, lontano dal clamore delle cronache e soprattutto non sull'onda di emotività indotte. Un tema troppo complesso per essere affidato ad un decreto legge di un governicchio delle banane. La morte è una condizione di ignoto che qualcuno sostiene non è necessariamente coincidente con il termine dell'esistenza intesa come superamento del materialismo corporeo. In ogni caso, da laico, penso che la morte sia un ulteriore anello, quello estremo, della catena della vita. Ecco perché come ogni attività della vita anche questo ha necessità di essere regolamentato, ma sopratutto, come la vita, ne va difesa la dignità del suo compimento. Qual'è dunque il confine? Farmacologia e tecnologie mediche hanno concesso all'uomo la dilatazione temporale della propria parabola esistenziale, ma alcuni ritengono inaccettabile l'idea che le stesse tecniche possano essere impiegate per garantire una fine dignitosa e serena. A volte poi ci si spinge anche oltre, in quello che diventa vero accanimento terapeutico, allungando artificialmente la durata di una vita che presumibilmente resta solamente più biologica privata di ogni elemento che la renda biografica. Si travalica quindi il limite tra quella che è considerata la vita in senso generico (dagli esseri più elementari a quelli più complessi) e quella umana sorretta da un complesso di relazioni, esperienze, sentimenti, speranze, aspettative, progetti. La vita di ogni individuo è unica, al di là del suo valore intrinseco, perchè è il risultato di un processo indeterministico, quale somma di eventi e di relazioni. Una vita che potremmo definire personale. Quindi alla persona è affidata la chiave della propria esistenza compresa quella dell'ultimo suo istante terreno. Non parlo certo di suicidio. Parlo di rifiuto dell’accanimento terapeutico, da non confondersi con l'abbandono terapeutico, che al contrario è condizione frequente, ovvero  l'abbandono delle famiglie e dei loro malati terminali, lasciati senza assistenza e senza la possibilità di ricorrere ad interventi miranti all’eliminazione della sofferenza. Garantire una morte "umana" vuol dire accompagnare l'individuo verso il momento estremo senza che il dolore fisico e psichico diventi elemento predominante,  garantendo nel limite delle umane possibilità, la creazione di condizioni di relativa serenità, affinché l'inevitabile morire, pur nella sua drammaticità, ritrovi, cosa persa nella nostra società, la sua naturale collocazione nel cerchio della vita.
Ed ora spegnete i riflettori su Eluana.
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categoria:etica, politica, società
venerdì, 12 dicembre 2008
clandestinoClandestino è una parola che nell'immaginario collettivo si carica di significati strettamente legati a delinquenza. Da clandestino è morto il ragazzino tredicenne afghano travolto da un camion a Mestre. Non si sa ancora molto su di lui, salvo che aveva con sé una banconota nuova di zecca dell'Afghanistan, e degli appunti scritti in arabo. Se sei clandestino, sei vittima del pregiudizio, eppure la clandestinità non è una scelta, è una necessità. Questo bambino fuggiva dalla morte, fuggiva dalle persecuzioni, fuggiva dalla fame, fuggiva dal terrore con la speranza di correre incontro a un'esistenza dignitosa, disposto ad attraversare migliaia di chilometri in condizioni disumane pur di raggiungere, o quantomeno di cercare di afferrare, quell'unica speranza di una vita dignitosa. Clandestino, ovvero la negazione ad essere una persona, l'impossibilità di essere riconosciuto come un individuo con il suo carico di diritti e doveri, condannato ad essere fantasma tra i fantasmi. E' questa condanna preventiva, senza appello, a risultare eticamente inaccettabile. Un marchio appiccicato come segno di infamia a chi non ha neppure diritto ad una identità che rende disumana questa parola. Un termine con cui costruiamo un recinto simbolico intorno agli emarginati della terra, con cui li releghiamo in un ghetto di misera esistenza, con cui li obblighiamo ad un'eterna rincorsa verso la  dignità. Una corsa vana verso un'idea sbagliata del mondo che troveranno, un mondo oramai svuotato di senso morale, svuotato di senso della solidarietà, dove  i più fortunati potranno trovare al più tolleranza.  Un mondo in cui si muore senza cittadinanza anche se bambini, senza pietà, lontani dagli affetti, lontani dalla propria terra, estirpati dai propri usi, dalle proprie tradizioni. Bisogna crescere in fretta, spesso troppo in fretta, così in fretta da chiudere in modo drammaticamente rapido il ciclo di un'esistenza negata.
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categoria:etica, societÃ