mercoledì, 28 gennaio 2009
ReitanoE' morto Mino Reitano, cantante lontanissimo dai miei gusti musicali, ma di cui ricordo  la sensazione gradevole che si avvertiva ascoltandolo parlare. In ogni sua apparizione in video era un piacere sentirlo parlare di valori che oggi, più che mai, appaiono lontani anni luce. Un uomo che si è fatto da sé, che non pareva essersi fatto travolgere dal successo che all'estero non gli è mai mancato,  che non è mai apparso inebriato da esso. Trasmetteva di sé stesso un'immagine di uomo semplice con i piedi ben ancorati a terra, capace di non perdere di vista gli affetti più cari, capace di continuare a vivere, tutto sommato, come un uomo comune. La vita lo ha abbandonato ancora relativamente giovane, a 64 anni, dopo due anni di grave malattia. Lo salutiamo ricordando quel suo tono di voce particolare, un po' "antico", come i suoi sentimenti mai celati. Ciao Mino.
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giovedì, 15 gennaio 2009
Quattro aggressori di Emmanuel, alcuni vigili urbani di Parma di cui avevamo già parlato qui, sono stati messi agli arresti domiciliari perché sussisterebbe il pericolo di inquinamento delle prove. Un provvedimento che appare un po' tardivo, visto che sono passati i mesi nel frattempo. Persino la giunta parmense ora si è mossa sospendendo dal servizio, in via cautelativa,  i prodi tutori dell'ordine. 
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categoria:giustizia, attualità, società
martedì, 16 dicembre 2008
vauro_berlusca_democraziaNella vita le sconfitte dovrebbero portarci a riconsiderare le nostre azioni, dovrebbero spingerci alla riflessione e infonderci la voglia di un riscatto. Oggi ci appare terribile la sconfitta in Abruzzo, ma non quella assolutamente preannunciata del PD, che non fa certo notizia in considerazione di tutti i presupposti in cui è maturata, quanto piuttosto quella che appare come un lento, ma inesorabile, declino della democrazia.  La vera sconfitta l'ha subita il popolo, ipotecando quella democrazia che dovrebbe gelosamente custodire a propria tutela.  E' il dato relativo alla partecipazione al  voto a lasciare l'amaro in bocca, è lo sgomento che si prova immaginando che solamente la metà degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza, a turbare. Non cadrò nella trappola dell'attribuzione virtuale degli ipotetici voti degli astenuti ad uno o all'altro schieramento, questo sterile giochetto lo lasciamo fare ai nostri politicanti, no, io li attribuisco tutti alla stanchezza, al disinnamoramento, al disincanto della società civile di fronte all'espressione della politica nel nostro Paese. Un dato netto e chiaro che non solo non preoccupa  il nano-a-cucù, ma che anzi rafforza ed è  funzionale al perseguimento della sua idea di regime democratico. E il nano-duce, proprio per consolidare la supremazia delle sue idee, approfitta dell'occasione per cercare di infliggere un altro colpo mortale all'opposizione attribuendo la sconfitta del PD all'alleanza con Di Pietro. Ed è proprio quest'ultimo a cadere nella trappola tesa dalla maggioranza, probabilmente per un mero calcolo elettorale, regalandogli dichiarazioni pepate all'indirizzo di Veltroni. Il PD, dal canto suo, reagisce male ricorrendo al ridicolo tentativo di autodifesa sulla questione morale, sfoderando l'ormai logoro teorema  sul numero di deputati del Pdl che ha problemi con la giustizia.  Sbagliata nella sostanza, questa sorta di giustificazione non regge al confronto con i cittadini, che sono stufi di tentare di operare improbabili distinguo non sempre facili da sostenere neppure con sé stessi al momento del voto. La questione è un'altra, molto più complessa, molto più difficile da affrontare, e riguarda un'idea, una percezione, una volontà dl rinnovamento etico e culturale di questo Paese. L'Italia appare ormai assuefatta all'archetipo sociale che il berlusconismo ha diffuso, come un veleno mortale, tra i suoi cittadini, creando la diffusa convinzione, o meglio percezione, che comunque sia possibile vivere ai margini della legalità purchè non si appaia brutti, sporchi e cattivi. La questione morale non è cosa esclusiva dei partiti, magari lo fosse, è un problema che investe l'intera società, che riguarda i cittadini in prima persona, chiamati a ritrovare la forza dell'indignazione e l'orgoglio della dignità. Grande amarezza si prova ad osservare un  Paese che pare incapace di un simile fremito, incapace di liberarsi dal giogo mediatico che lo vuole cittadino spettatore e consumatore.
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martedì, 02 dicembre 2008
Il fenomeno non è certo nuovo, ma l'autorevole conferma che ci giunge dal Tribunale di Torino, ci invita, ancora una volta, a non semplificare, a non omologare analizzando i fatti, ma a cercare di andare oltre le apparenze e i luoghi comuni. Sonia, prostituta rumena di 17 anni, alla domanda  del Pubblico Ministero, Cristina Bianconi -  «ma non è terribile là fuori? Devi stare con vecchi, malati, gente pericolosa» -  risponde - «ci si abitua a tutto, dottoressa. Io non ho paura. Io voglio guadagnare bene, e essere libera».
Non stiamo parlando di un  caso di tratta delle bianche, ma bensì, come spiega la dottoressa Bianconi, 
«ci troviamo di fronte a uno scenario che sta cambiando, la maggior parte delle ragazze partono dalla Romania consapevoli di quello che verranno a fare. Spesso sono indotte ed accompagnate da fidanzati con cui hanno storie malate. Ma non c’è più violenza fisica, non ci sono ricatti. Nella maggior parte dei casi c’è solo la volontà di guadagnare tanti soldi nel modo più veloce possibile».
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venerdì, 28 novembre 2008
EmanuelCosa stiamo diventando? Se mai fosse stato necessario, sono arrivate le conferme sulla veridicità della denuncia fatta da Emanuel Bonsu contro la polizia municipale di Parma. Ve lo ricordate il ragazzino dall'occhio tumefatto e la busta con sopra scritto "Emanuel negro"? Ebbene è stata recuperata la fotografia, di cui aveva parlato Emanuel,  che ritrae un vigile che indica con orgoglio l'occhio tumefatto del ragazzo a cui si lega con un beffardo abbraccio, come a dire - "eh, che bel lavoretto che ho fatto". Ovviamente i solerti vigili hanno cercato di cancellare quella foto salvata sul computer dell'ufficio, ma, si sa, le tracce lasciate su un hard disk non sono così facilmente occultabili. Forse contavano di utilizzare quell'immagine come deterrente per gli incauti automobilisti che avrebbero fermato per qualche contravvenzione, o forse avevano ideato di  stampare un calendario per l'anno nuovo, "una tortura al mese": la donna gettata seminuda sul pavimento, Emanuel con l'occhio pesto e chissà quante altre sorprese che, speriamo, ci saranno negate. Così Mirko Cremonini, Andrea Sinisi, Ferdinando Villani, Marcello Frattini, Graziano Cicinato, Giorgio Albertini, Pasquale Fratantuono, Marco De Blasi, Stefania Spotti e Simona Fabbri, i vigili indagati, difficilmente potranno negare le percosse e le ingiurie. Dovranno spiegare perchè per interrogare un ragazzino si è dovuti ricorrere alle botte ed alla violenza verbale. Indubbie le matrici razziste, come denuncia quel  "confessa scimmia", che ben qualifica gli individui che l'hanno profferito, e che costituisce il più chiaro segnale dell'involuzione darwiniana a cui stiamo assistendo. E' l'animale (il picchiatore) che dà della scimmia all'uomo (la vittima). Milioni di anni di evoluzione, che si trasformano in involuzione, per tornare al punto di partenza. Il sopruso, l'abuso di potere, la tortura  stanno diventando argomento di cronaca troppo frequente per poter essere liquidati come espressione di poche menti malate. Una deriva pericolosa che nasconde risvolti inquietanti.
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giovedì, 27 novembre 2008
Funerale_Vito«Papà e mamma quando ci hanno messo al mondo dicevano che avresti fatto qualcosa di grande nella vita. Il medico, forse l’astronauta, l’ingegnere che costruisce edifici sicuri. Invece, sei diventato l’angelo custode di tutti gli studenti del mondo, sei diventato il martire degli studenti, di tutti i giovani finiti nelle mani di uomini senza scrupoli, adulti che ristrutturano castelli, musei e chiese, e lasciano cadere le scuole». Il cielo è sereno, l'aria fredda sferza volti e mani, ma più di ogni altra cosa sono le parole di Paola Scafidi, la sorella di Vito, lo studente morto nel crollo del soffitto della sua aula, a gelare il sangue nelle vene. Parole lette nel corso di una cerimonia affollata, partecipata e dignitosa, in cui, ancora una volta, incombe un'assenza. Probabilmente anche in questo caso è stata la fatalità a impedire la presenza al funerale di Vito di qualche alta carica dello Stato. Un'assenza rumorosa, vistosa, imbarazzante sopratutto alla luce di quella accusa che cade come una lama sulle teste di coloro che oggi si sottraggono alle loro responsabilità. Fuggono e si dimenticano fin troppo presto delle promesse fatte, della commozione recitata. Il governo dimostra ancora una volta di saper spendere parole a profusione, ma di non sapere agire. Dov'era la grande riformatrice, quella che vorrebbe una scuola migliore passando per i tagli delle risorse? Dov'era il presidente che si dice capace di tutto?  Forse, se per un giorno si fosse ricordato dei doveri morali che la sua carica impone, avremmo almeno potuto cullare l'illusione che questa tragedia non si fosse compiuta inutilmente. Invece questa assenza denuncia in modo drammatico la distrazione del governo da un  problema che ormai è emergenza, ci riconduce senza scorciatoie alla realtà. Sappiamo che probabilmente verrà stanziato del denaro, ma questo non sarà sufficiente , anzi. Serve una nuova attenzione sulle modalità di spesa. Non si può continuare a far rincorso al concetto di appalto a minor prezzo, funzionale solamente all'arricchimento occulto, ma non troppo, degli amici degli amici. Quei tubi, quelle macerie abbandonate nella controsoffittatura del liceo di Rivoli, denunciano un fenomeno di cui tutti sono coscienti, ma di cui nessuno parla. Troppo spesso i vincitori delle gare pubbliche non eseguono i lavori, ma li subappaltano ad imprese più piccole a costi ancora inferiori e così via in una catena dagli anelli sempre più deboli.  Imprese che, alla fine, per rientrare nei costi ricorrono a pericolosi compromessi, che vanno dal risparmio sulla sicurezza del lavoro, allo smaltimento illegale dei rifiuti, o, come in questo caso, al loro abbandono. Si arricchiscono i primi, sopravvivono gli ultimi e ne fanno le spese, a volte tragiche, i cittadini. Nessuna fatalità, l'abbiamo detto fin da subito, solamente un sistema malato che necessita di cure urgenti. Se pagherà solamente l'impresa che ha eseguito i lavori, che oggettivamente è responsabile, avremo fallito ancora una volta e possiamo essere certi che sarà solo questione di tempo, ma poi i problemi puntualmente si ripresenteranno. Bisogna mettere mano al sistema, che continua a fondarsi sul clientelismo, sulla trasfusione di denaro pubblico nelle tasche dei soliti noti, e riedificarlo. Devono cambiare i criteri, deve cambiare la struttura ed è per questo che sono assolutamente pessimista. Ancora una volta la politica dovrebbe fare un passo indietro, riconoscere corruttori e corrotti, rinunciare a molti dei suoi privilegi occulti. Sì, si spenderanno i denari pubblici, magari anche copiosamente, ma temo che questo sarà l'ennesimo buon pretesto per foraggiare interessi loschi. il governo del fare ancora una volta dimostrerà di essere Il governo del "ban-fare" (espressione utilizzata per descrivere l'uso di parole non sorrette dai fatti) e probabilmente ci ritroveremo drammaticamente a parlare tra qualche tempo delle stesse cose. Forse non dovremmo dire che lo Stato è assente, ma che è presente ed affaccendato nel curare gli interessi particolari di coloro che l'hanno occupato. Appare chiaro come  la vita dei cittadini sia sotto appalto, anzi subappalto.
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categoria:politica, attualità, società
mercoledì, 26 novembre 2008
ilfattoIl nano non dimentica e a lui, come nella vecchia canzone, la verità fa male, e un uomo intellettualmente onesto , qual'era Enzo Biagi, la verità la diceva, e spesso questa era scomoda, sopratutto per i potenti. Ed ecco che allora, addirittura in contrapposizione con il sindaco Letizia Moratti, la maggioranza di destra del comune di Milano nega al grande giornalista il riconoscimento postumo  che doveva essergli attribuito con il conferimento di una medaglia contestualmente alla consegna degli «Ambrogini». Certamente brucia troppo doversi inchinare di fronte alla dignità dell'uomo che seppe umiliare il prepotente signore di Arcore non cedendo alle facili sirene del vittimismo neppure di fronte alla più palese delle ingiustizie: l'editto bulgaro.  Biagi nella sua compostezza restituì  un energico schiaffo morale a colui che, incapace di confrontarsi, per far tacere la scomoda voce, ricorse a strumenti da regime assolutista. Quello schiaffo pare proprio non guarire, pare bruciare ancora così forte da animare a distanza di tempo desideri di vendetta, che neppure la morte ha saputo cancellare. Complimenti Enzo hai vinto su tutta la linea e a questo punto, qualunque cosa accada, il grande sconfitto rimane uno solo. La dignità ha sconfitto il nanismo morale.
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martedì, 25 novembre 2008
clochardE' difficile scrivere della costernazione e del dolore che si provano leggendo il testo della conversazione tra un ragazzo e la sua ragazza quando il soggetto della chiacchierata non è una questione di cuore, ma il tentato omicidio che si è appena compiuto. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco [...] Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva [...]  Dovevi vederlo. Le fiamme che si alzavano. E quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto [...] Avessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme [...] Poi siamo dovuti scappare...». Per fortuna la ragazza tace, speriamo perché turbata dalle parole di quel ragazzo che forse pensava di conoscere, e che ora si sta manifestando in tutta la sua orrida natura. Turba fortemente la sensazione d'inconsapevolezza dell'orrore perpetrato, del dolore inferto, della loro stessa dignità umana violata, che trapela dalle parole e dalle azioni dei giovani coinvolti nell'aggressione al clochard Andrea Severi avvenuta giorni fa a Rimini. La vanagloria della notorietà appare come il solo obiettivo, ed  incuranti delle conseguenze, forse inattese,  che questa imprudenza avrà, i ragazzi vantano la paternità dell'attentato. Oppure si sentono eroi, dei purificatori, coloro che attraverso il fuoco cancellano lo sporco di quel giaciglio di dolore e umiliazione. Allora diventano protagonisti di una vicenda che deve essere assolutamente narrata, non occultata con vergogna, cavalieri capaci di un impresa che molti avrebbero voluto compiere, ma di cui nessuno ha trovato il coraggio. Non fuggono, non rinnegano, dunque, con orrore il  loro folle gesto, ma, anzi, ne perpetuano la memoria. Un'azione pianificata, non casuale, non dettata dalla "follia" di un momento. La banda ha preso di mira il pover uomo da tempo, perseguitandolo. Gli lanciano sassi e petardi mentre dorme e  la notizia appare sui giornali locali. Allora manifestano il loro orgoglio da bar: sono loro gli ignoti, quelli del  giornale, loro i protagonisti. Questa squallida notorietà li esalta dunque progettano qualcosa che possa avere maggiore risonanza, un salto di qualità, un'azione eclatante, che li faccia assurgere agli onori di tutte le cronache. La notizia della successiva, spietata, criminale, inumana azione, sortisce agli effetti sperati e questa volta ha risonanza nazionale. Loro ci scherzano: «Gli abbiamo dato una bella scaldata». Sfrontati, arroganti, cinici, spietati, insensibili, ignoranti, incuranti della tragedia di un uomo. Quanti altri aggettivi potremmo utilizzare senza riuscire a spiegare le folli dinamiche che possono condurre dei ventenni a compiere un simile abominio. Forte stimolo arriva certamente dalla spettacolarizzazione della follia, che viene portata in piazza nelle forme più svariate, in cui gli attori, quelli volontari, si ritagliano la loro fetta di  protagonismo. La ricerca di una notorietà, sia essa anche negativa, pare abbattere ogni barriera inibitoria, lasciare spazio ad un'irrazionale esaltazione dell'ego che pare cancellare ogni residua capacità  di valutazione delle conseguenze derivanti dalle proprie azioni. Una sorta di certificazione di esistenza che deve necessariamente transitare attraverso qualche media, un bisogno di apparire per sentirsi vivi, per conferire un senso al proprio incedere nella vita. Stordisce e spaventa l'alienazione da ogni sentimento umano, l'assoluta assenza della percezione del dolore e della sofferenza. Spaventa la consapevolezza della vulnerabilità di queste menti alle facili suggestioni di folli ideologie che trasformino il loro desiderio di protagonismo in una scellerata opportunità di rivalsa. L'abbiamo già visto in passato, non vorremmo rivederlo in futuro. Sono evidenti i limiti di una società incapace di trasmettere i valori fondanti della vita ai propri giovani, che troppo spesso quando tenta di farlo formula teorie cariche di fanatismo ideologico,   incapaci di fornire una risposta a queste istanze. Energie convogliate nelle direzione sbagliata non solo quando, come in questo caso, danno sfogo a pulsioni omicide, ma anche quando, a discapito della propria dignità, hanno come unico obiettivo quello della notorietà, spesso effimera. Amaramente non si può non registrare quanto poco ci possano aiutare gli esempi che ci giungono dall'alto dove il successo non premia certo i virtuosi, ma i furbi, gli sfacciati, i disonesti, i raccomandati, i bugiardi, gli infingardi, i laidi, i pusillanimi...
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categoria:attualità, società
sabato, 22 novembre 2008
curzi_sandroPurtroppo oggi apro il blog solamente per salutare un altro grande combattente per la libertà che ci ha lasciato: è morto Sandro Curzi una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano, uno capace di non piegarsi ai diktat dei potenti. Ci piace ricordarlo alla guida di un TG3 che ha saputo trasformare in un'autorevole testata giornalistica, un occhio attento sulla politica, la società ed il costume di un Italia che stava profondamente cambiando. Ci piace ricordarlo appassionato nel dibattito politico, inflessibile nelle sue posizioni antifasciste, vicino alla gente, ma lontano dal facile populismo.

Riporto l'articolo del Corriere della Sera che ne riassume la figura:

ROMA - È morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Nato a Roma il 4 marzo 1930, aveva 78 anni. Alle 17 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio. E sempre in Campidoglio si svolgeranno lunedì alle 11.30 i funerali laici.

IL PADRE DEL TG3 - Resistente partigiano a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90. Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità «clandestina» per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci Gioventù nuova, diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Curzi ottenne nel 1944, nonostante la minore età, la tessera del Pci. Tra il '47 e il '48 lavora al settimanale Pattuglia insieme a Giulio Pontecorvo e, nel '49, a la Repubblica d'Italia fino a diventare capo redattore di Gioventù nuova diretta da Enrico Berlinguer.

Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci. Nel '56 fonda Nuova generazione e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell'indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato direttore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio Oggi in Italia che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani. La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.

NEGLI ANNI SETTANTA L'IMPEGNO CON LA TV - Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di «chiara fama» disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli. Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste "scopre" Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma Samarcanda.

TG3, IMPRONTA INCONFONDIBILE - Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando al telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, «Telekabul» (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.

COMUNISTA E ANTIFASCISTA CONVINTO - Nel '92 pubblica con Corradino Mineo il libro «Giù le mani dalla Tv» (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione.

Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, era consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli. Comunista e antifascista convinto, politico abile, Curzi si è spesso distinto per posizioni non banali e non sempre in linea con i diktat di partito: basti pensare alle aperture, allora non scontate, del suo Tg3 alle posizioni di Papa Giovanni Paolo II o, più di recente in Rai, all'astensione sulla proposta di licenziamento del direttore di Rai fiction, Agostino Saccà. Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro «Il compagno scomodo» (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo «La riserva indiana» col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone «Troppo sole». Era sposato dal 1954 con Bruna Bellonzi, anch'essa giornalista. Era padre di Candida Curzi, giornalista dell'Ansa.
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martedì, 18 novembre 2008
farwestSicurezza urbana integrata. Questo è l'eufemismo con cui il Ministro degli Interni Maroni ama definire le ronde di cittadini giustizieri. Da sempre la Lega fa leva  su questo concetto di giustizia fai da te, molto popolare tra gli amanti del genere far west e tra quei cittadini che,  pigramente adagiati sulle roboanti dichiarazioni della propaganda, non riescono ad immaginare la possibile escalation che ne deriverebbe. Un emendamento, questo, all'attenzione del Senato che,  per fortuna anche nella maggioranza, ha sollevato qualche perplessità. Secondo il ministro l'azione delle ronde equivarrebbe a riprendere il controllo sociale. Una visione singolare. Pare sfuggire all'attento sguardo del Ministro lo stridente contrasto tra le esigenze del controllo sociale e la legittimazione fornita al pattugliamento delle strade da parte di bande di cittadini armati. Quali regole, quale controllo? Uno stato civile può confondere la giustizia con la vendetta? Ci piacerebbe conoscere le regole d'ingaggio. Visti i precedenti (ordinanza del sindaco leghista di Novara), possiamo immaginare che qualora fossimo scoperti a camminare in più di due, di sera, in un parco, verremmo circondati da un branco di energumeni a cui sarebbe difficile spiegare che la signora al nostro fianco  non è una prostituta, ma  nostra moglie, e quel giovanottone non è un pusher, ma nostro figlio. Molto evangelica la definizione di Maroni di "intervento di buona volontà" dei cittadini, ma la buona volontà andrebbe incanalata verso iniziative capaci di creare tessuto e solidarietà sociale. Per sottrarre il territorio alla malavita è necessario che i cittadini tornino a "vivere" il proprio territorio.  Non saranno certo le ronde di picchiatori notturni, che richiamano alla mente  le bande di quartiere, a restituire  dignità al quartiere, quanto le iniziative capaci di trasformarli da quartieri dormitorio a nuovi nuclei di aggregazione sociale. Invadere le strade con iniziative che trasformino il cittadino da spettatore ad attore e motore stesso del cambiamento, questa è la direzione verso cui incanalare le energie e la buona volontà dei cittadini. Lo scontro armato dei cittadini con la malavita è perdente per definizione, ma la società civile può vincere se diventa capace di sottrarre alla malavita il  territorio su cui opera. Purtroppo ancora una volta si cavalca la demagogia delle soluzioni prêt-à-porter, che paiono fornire risposte immediate, ma le cui conseguenze nel medio/lungo periodo spesso si rivelano disastrose. Una strategia applicata a tutti i settori, sicurezza, economia, energia, ambiente, ecc, capace di catturare i consensi di quanti sono ormai incapaci di guardare avanti, di osare, di pensare a strategie differenti, lasciandosi trascinare dalla corrente, sempre convinti, magari per necessità di conservazione personale, di compiere scelte ponderate. Purtroppo una malattia che contagia trasversalmente da destra a sinistra coloro che sono il ventre molle della nazione, coloro che contribuiscono a rendere il nostro, un Paese vecchio e incapace di nuovi, grandi, slanci.
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categoria:politica, attualitÃ