Basta! Sul caso di Eluana Englaro si è veramente superato ogni limite. Si vergognino i mezzi di comunicazione di massa che hanno trasformato un'intima tragedia famigliare in una grande bagarre mediatica. Si vergogni per l'ennesima volta il laido Vespa che non esita mai a speculare sul dolore altrui. Si vergognino i politici a cavalcare un caso umano a meri fini elettorali, Sacconi in testa, probabilmente sguinzagliato dal padrone per sondare le reazioni dell'opinione pubblica. Ora il nano-a-cucù in persona, forse meglio dire personcina, ha deciso di intervenire, per assicurarsi anche lui la sua fetta di protagonismo in questa terribile, da un lato, e squallida dall'altro, vicenda. Basta con le carte bollate e gli scontri di potere. Non si può sfruttare una simile situazione per continuare a combattere la sotterranea lotta tra politica e magistratura. Vergogna! Io non so se Eluana possa percepire qualcosa di ciò che la circonda o anche solo il dolore, non lo sa neppure la scienza perché troppo poco conosciamo del nostro universo interiore, ma credo che ognuno abbia diritto alla dignità, anche nel momento più estremo della propria parabola esistenziale. Sicuramente siamo di fronte ad una vacanza giuridica in materia di eutanasia, ma questa è una discussione che deve essere affrontata a prescindere dai singoli casi, lontano dal clamore delle cronache e soprattutto non sull'onda di emotività indotte. Un tema troppo complesso per essere affidato ad un decreto legge di un governicchio delle banane. La morte è una condizione di ignoto che qualcuno sostiene non è necessariamente coincidente con il termine dell'esistenza intesa come superamento del materialismo corporeo. In ogni caso, da laico, penso che la morte sia un ulteriore anello, quello estremo, della catena della vita. Ecco perché come ogni attività della vita anche questo ha necessità di essere regolamentato, ma sopratutto, come la vita, ne va difesa la dignità del suo compimento. Qual'è dunque il confine? Farmacologia e tecnologie mediche hanno concesso all'uomo la dilatazione temporale della propria parabola esistenziale, ma alcuni ritengono inaccettabile l'idea che le stesse tecniche possano essere impiegate per garantire una fine dignitosa e serena. A volte poi ci si spinge anche oltre, in quello che diventa vero accanimento terapeutico, allungando artificialmente la durata di una vita che presumibilmente resta solamente più biologica privata di ogni elemento che la renda biografica. Si travalica quindi il limite tra quella che è considerata la vita in senso generico (dagli esseri più elementari a quelli più complessi) e quella umana sorretta da un complesso di relazioni, esperienze, sentimenti, speranze, aspettative, progetti. La vita di ogni individuo è unica, al di là del suo valore intrinseco, perchè è il risultato di un processo indeterministico, quale somma di eventi e di relazioni. Una vita che potremmo definire personale. Quindi alla persona è affidata la chiave della propria esistenza compresa quella dell'ultimo suo istante terreno. Non parlo certo di suicidio. Parlo di rifiuto dell’accanimento terapeutico, da non confondersi con l'abbandono terapeutico, che al contrario è condizione frequente, ovvero l'abbandono delle famiglie e dei loro malati terminali, lasciati senza assistenza e senza la possibilità di ricorrere ad interventi miranti all’eliminazione della sofferenza. Garantire una morte "umana" vuol dire accompagnare l'individuo verso il momento estremo senza che il dolore fisico e psichico diventi elemento predominante, garantendo nel limite delle umane possibilità, la creazione di condizioni di relativa serenità, affinché l'inevitabile morire, pur nella sua drammaticità, ritrovi, cosa persa nella nostra società, la sua naturale collocazione nel cerchio della vita.Ed ora spegnete i riflettori su Eluana.
postato da: SostienePereira alle ore 09:27 | Permalink | commenti (6)
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