«Ciò che è necessario al nostro sistema è più regolamentazione per uscirei da questa anarchia finanziaria. Servono più regole, non più capitali». «Se vogliamo trovare una via d'uscita dalla crisi la soluzione non è più capitale ma più regolamentazione. Più regole e più coordinamento».Parole di un economista filo-comunista? No, sono le parole proferite ieri dal ministro dell'Economia, Giulio Treconti, al summit di Davos. Stai a vedere che per sentire qualcosa di sinistra dovevo votare a destra! Dov'è finito il fervente spirito neo-liberista dell'economista naif che avevamo conosciuto negli scorsi anni? Niente paura. Nulla è cambiato, se non la forma. Infatti l'ardito commercialista ha parlato di regole, omettendo gli aggettivi giuste ed eque. Nuove regole infatti il nostro ministro le ha già dettate, ad esempio in materia fiscale, provvedendo a far calare gli incassi per versamento IVA e a far salire quelli derivati dal prelievo in busta paga. Oppure, sempre in materia fiscale, decretando la lotta all'evasione fiscale un'attività non prioritaria per il Paese, che invece deve impegnare la Guardia di Finanza in attività altamente strategiche quali la lotta alla contraffazione, il contrasto dell'immigrazione clandestina e quindi il pattugliamento delle coste e la terribile piaga della concorrenza cinese (chissà come?). Probabilmente l'azione del ministro scaturisce dall'amore per la sua patria, dalla voglia di anticipare quegli aiuti economici alle imprese che paiono ormai irrinunciabili. Le nuove regole quindi ci sono e le imprese ne possono tranquillamente beneficiare, come già hanno fatto in passato. Infatti, a loro tutela, il prode ministro ha provveduto a garantire la promozione accompagnata dal trasferimento di quei finanzieri che maggiormente avevano contribuito al raggiungimento dei risultati in materia di evasione fiscale. Promossi e trombati nel contempo, un vecchio trucco. Da uomo della strada però mi domando se le imprese vivano alla giornata. La domanda nasce dalla constatazione che, giunta la crisi, paiono cancellati improvvisamente tutti gli utili accumulati negli anni precedenti e che, incredibilmente, sembrano essersi volatilizzati tutti i denari accumulati in passato. Un dubbio nato leggendo di investimenti in innovazione e ricerca che in Italia languono da troppi anni, diversamente dagli gli utili, in costante crescita. Ne deduco che da qualche parte dovranno ben essere finiti tutti quei soldoni. Quindi, da ignorante, sospetto che si voglia, come al solito, privatizzare il profitto e socializzare le perdite, e giungo alla successiva considerazione sulla reale opportunità di pompare denaro nelle tasche degli speculatori, azione che sembrerebbe capace di occultare solamente i sintomi senza curare all'origine la malattia. Il dubbio mi attanaglia. Stiamo sbagliando la cura, oppure c'è una precisa volontà, un'attenta regia? Così concludo arrovellandomi nel dubbio se non sarebbe meglio che il denaro pubblico (quello dei soliti noti che le tasse le pagano) fosse impiegato per aumentare la "ricchezza" reale della base della piramide economica invece che quella del vertice, in considerazione del fatto che l'esperienza e l'osservazione empirica ci hanno insegnato che la legge di gravità in economia non vale e che, quindi, il grasso versato in cima non cola verso il basso.







"Napolitano dorme, l’Italia insorge".
E' morto Mino Reitano, cantante lontanissimo dai miei gusti musicali, ma di cui ricordo la sensazione gradevole che si avvertiva ascoltandolo parlare. In ogni sua apparizione in video era un piacere sentirlo parlare di valori che oggi, più che mai, appaiono lontani anni luce. Un uomo che si è fatto da sé, che non pareva essersi fatto travolgere dal successo che all'estero non gli è mai mancato, che non è mai apparso inebriato da esso. Trasmetteva di sé stesso un'immagine di uomo semplice con i piedi ben ancorati a terra, capace di non perdere di vista gli affetti più cari, capace di continuare a vivere, tutto sommato, come un uomo comune. La vita lo ha abbandonato ancora relativamente giovane, a 64 anni, dopo due anni di grave malattia. Lo salutiamo ricordando quel suo tono di voce particolare, un po' "antico", come i suoi sentimenti mai celati. Ciao Mino.
Bisognerebbe chiarire al ministro Frattini quale differenza intercorra tra l'antisemitismo e la libera e democratica informazione. La dichiarazione del ministro degli esteri - «la trasmissione di Santoro è l'esempio di quello che una televisione democratica non dovrebbe mai fare, l'antisemitismo che oggi si registra in molti Paesi e anche in Italia fa parte del linguaggio corrente dei mezzi di informazione e di alcuni attori politici, che forse per pura e semplice ignoranza usano parole e toni che sconfinano nell'antisemitismo» - è una bieca strumentalizzazione a fini politici di una delle più grandi vergogne dell'umanità. Anche l'occasione è stata scelta con cinica e spregiudicata cura: la celebrazione della giornata della Memoria nella sala del Cenacolo della Camera dei Deputati. Dobbiamo forse ricordare al ministro che, particolare non trascurabile, criticare le politiche dello stato di Israele non equivale all'odio razziale verso il popolo di Israele. In tal caso saremmo tutti razzisti e verso innumerevoli popoli. Forse che criticare il regime dell'ormai santificato Pinochet ci possa marcare dell'infamia di razzismo verso i cileni? Aprire gli occhi sul moldo notando che i perseguitati di ieri sono i persecutori di oggi è un atto di libera informazione. Forse troppo libera. Questo è il punto. Ricordiamo che lo stato di Israele ha rubato prima l'acqua, poi la dignità ed infine la vita ai palestinesi. Possiamo anche dirci in totale disaccordo con la linea "politica" scelta da Hamas, mentre sorseggiamo il nostro caffé comodamente seduti davanti alla televisione, ma dovremmo lasciare spazio ad alcune domande. Come ci comporteremmo al loro posto, se una notte mentre dormivi nella tua casa, magari dopo una dura giornata di lavoro, un tank ha deciso che i tuoi figli di pochi mesi o pochi anni dovessero morire, in virtù di una legge che vuole il più forte dalla parte della giustizia? Quando è lecito utilizzare la parola terrorista e quando quella di partigiano? Non aspettatevi da me la risposta, quella non ce l'ho, ma sono assolutamente convinto che è necessario lasciare sempre aperto uno spiraglio al dubbio. Il ministro pare voler negare il diritto ad indagare, a cambiare prospettiva, ad approfondire. Lo fa in modo subdolo e spregiudicato, macchiandosi di razzismo, proprio invocando le stesse tesi negazioniste che ci fanno inorridire quando sentiamo la parola shoah. Impedire di dar voce ai deboli equivale ad avvallare le ragioni del loro massacro. Ci chiediamo quindi quale sarebbe la missione di una televisione democratica, se non ricordarsi, magari marginalmente, di dare e ascoltare anche le voci dissenzienti. Ci domandiamo quale sia il concetto di democrazia che nutre il signor ministro. Probabilmente è molto simile a quello della precedente amministrazione statunitense, che prevedeva l'esportazione armata di questa splendida parola. Forse immagina per l'Italia la stessa democrazia ottenuta in Irak o in Afghanistan. Abbiamo guardato sgomenti all'ennesima tragedia palestinese e assistiamo impotenti alle incredibili esternazioni deliranti che si alzano da uno degli scanni più importanti della Repubblica. No, signor ministro, non siamo antisemiti, molto più semplicemente siamo contro il crimine di stato, indipendentemente dalla bandiera che sventola sui suoi carri armati.
Il grande fratello italiano, l'Echelon di Berlusconi, il Berchelon, dopo il tentativo fatto nel '96, è tornato in auge in questi giorni, grazie al caso che si cercando di montare intorno al presunto "archivio Genchi". Cosa sarebbe questo famigerato archivio? Secondo il nano-a-cucù una sorta di gigantesca raccolta di intercettazioni telefoniche riguardanti migliaia di cittadini. In realtà è una piccola raccolta di tabulati telefonici (quelli contenenti i numeri del chiamante e del chiamato, la durata e l'ora della conversazione, ma nulla sui contenuti di questa) relativi a 730 utenze riconducibili a molte meno persone per effetto della titolarità di più numeri da parte di alcune di esse. Scatta un nuovo attacco alla magistratura, quella scomoda, quella poco compiacente. E' nuovamente De Magistris a fare da capro espiatorio accusato di aver abusato delle sue funzioni incaricando Genchi, un funzionario di polizia in aspettativa che collabora da anni con molte magistrature, di intercettare cittadini innocenti. Scandalo! E la classe politica si ricompatta schierandosi contro il magistrato reo di aver scalfito la torre d'avorio. In verità nessuna legge è stata infranta, nessun abuso è stato perpetrato, come vorrebbero darci da intendere quando si afferma che in quelle "intercettazioni" appaiono i nomi di molte persone non indagate. Qualunque individuo dotato di un normale senso critico capirà che analizzando il tabulato telefonico di un indagato inevitabilmente ci si imbatterà anche in numeri appartenenti non indagati, a meno di non presupporre che il sospetto si limiti a telefonare solo ad altri sospetti. Si tratta dell'ennesima montatura accuratamente avvallata dai media, tutti pronti a sostenere l'inaccettabilità di una simile pratica tutta volta alla violazione della nostra privacy. Il vero obiettivo, neppure troppo celato, è quello di strappare dalle mani della magistratura lo strumento delle intercettazioni telefoniche che troppi grattacapi ha procurato alla politica. Altro che Berchelon!
Facciamo finta che... tutto va ben... recitava una canzonetta di qualche anno fa, tornata in auge grazie al cabarettista con il maggiore share (visto che in questi giorni si fa un gran parlare anche questo inafferrabile indice) al mondo, che, nel vortice di una crisi che appare ogni giorno peggiore, ci consola riportandoci alla mente il reframe dell'insulso motivetto.
Dal Corriere della Sera: "La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio il procuratore di Salerno Luigi Apicella e ha trasferito d' ufficio il pg di Catanzaro Enzo Jannelli, il suo sostituto Alfredo Garbati e i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani coinvolti nel caso De Magistris. La decisione è stata presa dopo cinque ore di camera di consiglio."
Stanno preparando la bara per Annozero. Titola il maggior quotidiano italiano :"Santoro manicheo perde ascolti". Parafrasando una nota serie fantascientifica potremmo dire: ascolti, ultima frontiera. Non essendo, visti i precedenti, consigliabile un attacco frontale su altri temi, si punta su quello più caro alla televisione degli ultimi anni: l'auditel! Così, come se ogni volta si andasse in guerra, un programma si deve misurare con il famigerato share, l'unico indice capace di decretare la vita o la morte di un programma televisivo. Non solo, ma ci si spinge oltre, si arriva a fotografare il pubblico televisivo, a valutarne l'età d'ascolto, per sentenziare che a Santoro rimango fedeli solamente gli ultra-sessantacinquenni, quelli "più abituati a ragionare «per appuntamenti» predefiniti". Come dire televisioni accese senza che nessuno le guardi. L'analisi attenta del cronista attribuisce alla faziosità di Santoro la causa della lite con l'Annunziata (non una parola sulle offese al programma mosse da questa) e la conseguente perdita di ascolto. Lascia perplessi il fatto che da sempre le risse televisive hanno causato un aumento dello share, ad ulteriore testimonianza di quanto questo rappresenti un indice della non qualità. Invece, misteriosamente, perché non ce ne vengono spiegati i motivi, questa volta le cose sono andate in modo diametralmente opposto. O gli italiani sono improvvisamente rinsaviti, e quindi assisteremo nei prossimi giorni al crollo degli ascolti di gran parte dei programmi trasmessi (reality in testa), oppure non ce la stanno contando giusta. L'attenzione dell'articolista si concentra solamente sul teorema della faziosità, quasi che a far ascoltare la voce degli inascoltati non sia un atto di cronaca. Una semplice domanda potremmo rivolgere al sig. Aldo Grasso: si è mai chiesto da giornalista a chi debba dare più ascolto, se ai più deboli o ai più forti? Così come è avvenuto per l'Annunziata, inquieta l'assoluta mancanza di analisi su quanto è stato detto, o meglio insinuato, dai media italiani sull'attacco israeliano a Gaza. A parlar delle ragioni degli israeliani, decisamente più deboli (le ragioni, intendo), non si fa peccato, ma a ricordare che ammazzare impunemente donne e bambini, sparare sulle scuole, sulle ambulanze, su chi sventola le bandiere bianche... è un crimine di guerra, si diventa manichei. Allora, considerati i luoghi e l'argomento, potremmo dire che se da un lato ci sono i manichei dall'altro troviamo degli evangelici farisei. Molti pesi, molte misure. Nessuno pare domandarsi se l'operazione tentata da Annozero non fosse quella di cercare di ristabilire un po' di equilibrio nel mondo della corrotta dis-informazione italiana su questo terribile tema. Così l'incomodo giornalista italiano, che ha pure l'impudenza di ospitare un altro manicheo, Marco Travaglio, deve fare i conti con il misterioso e nebuloso Auditel, che, meglio di un editto bulgaro, può emettere una condanna a morte.
Non provo particolare simpatia per Santoro, del resto nelle sue apparizioni televisive non risulta così amabile, ma credo che nel merito del diverbio con la Lucia Annunziata avesse fondamentalmente ragione. Purtroppo l'Annunziata ha iniziato male il suo intervento e l'ha concluso peggio. Fin dalle prime battute risultava evidente dove volesse andare a parare. Troppi salamelecchi, e poi l'affondo finale alla trasmissione. In questo modo più che da collega si è comportata da concorrente, incapace di entrare nel merito della questione, tanto da non trovare nulla di meglio che criticare la trasmissione prima e poi alzarsi ed andarsene. La sua presenza in studio sulla sedia degli ospiti presupponeva un suo contributo in termini di contenuti e idee sul merito delle questioni dibattute. Pur restando legittima la sua opinione sulla faziosità della trasmissione, questa andava posta in modo differente, all'interno di una discussione, di un confronto, magari anche acceso, in cui lei, se questo è il suo sentire, avrebbe dovuto portare le regioni degli israeliani. Ci saremmo aspettati dall'Annunziata, viste sempre le sue premesse (sono una giornalista, faccio il tuo stesso mestiere...), lo stesso sdegno nel rilevare quanto quasi tutta l'informazione italiana sia fortemente sbilanciata a favore dello stato israeliano. Ci saremmo aspettati lo stesso sdegno di fronte a più di mille morti palestinesi, la gran parte a causa degli "effetti collaterali" di quell'offensiva che avrebbe dovuto colpire i combattenti di Hamas. Ci saremmo aspettati una reazione altrettanto sdegnata nell'apprendere che i soldati sparano su donne e bambini che sventolano la bandiera bianca, oppure nel vedere che le ambulanze diventano obiettivo militare o semplicemente nel constatare che uno stato occupa abusivamente parte dei territori di un altro stato che tenta di difendersi dai soprusi di un vicino un po' troppo prepotente. Forse la signora Annunziata si sente ancora un po' direttore della RAI e quindi in dovere di bacchettare i propri dipendenti secondo le direttive dei palazzi del potere. Purtroppo con la sua uscita di scena non si è comportata meglio del nano-a-cucù a cui lei stessa aveva intimato di non lasciare la trasmissione durante la sua intervista. Ritengo che avesse strumenti migliori per far sentire la sua voce e le sue ragioni. Ha sbagliato e non ha trovato di meglio da fare che troncare il dialogo, che interrompere la discussione con un'uscita teatrale. Questo suo gesto ci lascia perplessi e con una sola domanda: con quale spirito possiamo parlare di pace se si è incapaci di dibattere sull'argomento anche solo in una semplice trasmissione televisiva?