sabato, 29 novembre 2008
manetteLo stiamo scrivendo già da tempo: l'imbarbarimento è alle porte, o forse ha già permeato la nostra civiltà. E' sufficiente limitarsi a scorrere i titoli dei quotidiani per rendersene conto, e lo sgomento cresce nella consapevolezza che quelle letture ben poco rappresentano della realtà nella sua complessità. Oggi la notizia arriva dalla vicina Francia dove ci si appresterebbe ad approvare una legge che abbatte a dodici anni l'età a cui si diventa pienamente responsabili delle proprie azioni. Se il fatto appare stupefacente in questa sua formulazione, assurdo diviene quando si scopre che è stata propugnata la tesi di abbassare tale soglia fino ai dieci anni. Questa non è una soluzione, ma mi appare piuttosto come una comoda scorciatoia per non arrivare al cuore del problema. Troppo complesso cercare di districarsi nel ginepraio dello sfruttamento minorile. Dodici anni è un'età che conosco bene: è quella di mio figlio e dei suoi amici. Provate a guardare negli occhi, ad ascoltare i discorsi, di questi ragazzini e vi renderete conto di quanta fragilità vi sia ancora nei loro pensieri, nei loro sentimenti, nelle loro azioni. Come non tenere poi in conto l'individualità, quell'insieme di fattori che ci rendono unici e quindi difficilmente assimilabili in  più o meno ristrette categorie, che, sopratutto in un'età di equilibri ancora precari, costituisce un elemento di valutazione primario. L'idea suggerita dall'apparente risolutezza dei legislatori è quella di una resa incondizionata, di una dichiarazione esplicita di inadeguatezza, d'incapacità ad intervenire con politiche sociali in grado di sottrarre i giovanissimi alla criminalità. E' come un'alzata di mani della società che arretra sulla strada della civiltà per affidare alla repressione, invece che alla prevenzione, la risposta ad un suo problema. E di questo si tratta, non di soluzione, ma della necessità di dare un segnale, qualunque esso sia, pur di non restare a guardare. Eppure, la mia impressione, è che a volte sarebbe meglio soffermarsi a guardare, ad ascoltare, a cercare di  capire meglio per poi intervenire, per curare e non per uccidere.
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venerdì, 28 novembre 2008
EmanuelCosa stiamo diventando? Se mai fosse stato necessario, sono arrivate le conferme sulla veridicità della denuncia fatta da Emanuel Bonsu contro la polizia municipale di Parma. Ve lo ricordate il ragazzino dall'occhio tumefatto e la busta con sopra scritto "Emanuel negro"? Ebbene è stata recuperata la fotografia, di cui aveva parlato Emanuel,  che ritrae un vigile che indica con orgoglio l'occhio tumefatto del ragazzo a cui si lega con un beffardo abbraccio, come a dire - "eh, che bel lavoretto che ho fatto". Ovviamente i solerti vigili hanno cercato di cancellare quella foto salvata sul computer dell'ufficio, ma, si sa, le tracce lasciate su un hard disk non sono così facilmente occultabili. Forse contavano di utilizzare quell'immagine come deterrente per gli incauti automobilisti che avrebbero fermato per qualche contravvenzione, o forse avevano ideato di  stampare un calendario per l'anno nuovo, "una tortura al mese": la donna gettata seminuda sul pavimento, Emanuel con l'occhio pesto e chissà quante altre sorprese che, speriamo, ci saranno negate. Così Mirko Cremonini, Andrea Sinisi, Ferdinando Villani, Marcello Frattini, Graziano Cicinato, Giorgio Albertini, Pasquale Fratantuono, Marco De Blasi, Stefania Spotti e Simona Fabbri, i vigili indagati, difficilmente potranno negare le percosse e le ingiurie. Dovranno spiegare perchè per interrogare un ragazzino si è dovuti ricorrere alle botte ed alla violenza verbale. Indubbie le matrici razziste, come denuncia quel  "confessa scimmia", che ben qualifica gli individui che l'hanno profferito, e che costituisce il più chiaro segnale dell'involuzione darwiniana a cui stiamo assistendo. E' l'animale (il picchiatore) che dà della scimmia all'uomo (la vittima). Milioni di anni di evoluzione, che si trasformano in involuzione, per tornare al punto di partenza. Il sopruso, l'abuso di potere, la tortura  stanno diventando argomento di cronaca troppo frequente per poter essere liquidati come espressione di poche menti malate. Una deriva pericolosa che nasconde risvolti inquietanti.
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giovedì, 27 novembre 2008
Funerale_Vito«Papà e mamma quando ci hanno messo al mondo dicevano che avresti fatto qualcosa di grande nella vita. Il medico, forse l’astronauta, l’ingegnere che costruisce edifici sicuri. Invece, sei diventato l’angelo custode di tutti gli studenti del mondo, sei diventato il martire degli studenti, di tutti i giovani finiti nelle mani di uomini senza scrupoli, adulti che ristrutturano castelli, musei e chiese, e lasciano cadere le scuole». Il cielo è sereno, l'aria fredda sferza volti e mani, ma più di ogni altra cosa sono le parole di Paola Scafidi, la sorella di Vito, lo studente morto nel crollo del soffitto della sua aula, a gelare il sangue nelle vene. Parole lette nel corso di una cerimonia affollata, partecipata e dignitosa, in cui, ancora una volta, incombe un'assenza. Probabilmente anche in questo caso è stata la fatalità a impedire la presenza al funerale di Vito di qualche alta carica dello Stato. Un'assenza rumorosa, vistosa, imbarazzante sopratutto alla luce di quella accusa che cade come una lama sulle teste di coloro che oggi si sottraggono alle loro responsabilità. Fuggono e si dimenticano fin troppo presto delle promesse fatte, della commozione recitata. Il governo dimostra ancora una volta di saper spendere parole a profusione, ma di non sapere agire. Dov'era la grande riformatrice, quella che vorrebbe una scuola migliore passando per i tagli delle risorse? Dov'era il presidente che si dice capace di tutto?  Forse, se per un giorno si fosse ricordato dei doveri morali che la sua carica impone, avremmo almeno potuto cullare l'illusione che questa tragedia non si fosse compiuta inutilmente. Invece questa assenza denuncia in modo drammatico la distrazione del governo da un  problema che ormai è emergenza, ci riconduce senza scorciatoie alla realtà. Sappiamo che probabilmente verrà stanziato del denaro, ma questo non sarà sufficiente , anzi. Serve una nuova attenzione sulle modalità di spesa. Non si può continuare a far rincorso al concetto di appalto a minor prezzo, funzionale solamente all'arricchimento occulto, ma non troppo, degli amici degli amici. Quei tubi, quelle macerie abbandonate nella controsoffittatura del liceo di Rivoli, denunciano un fenomeno di cui tutti sono coscienti, ma di cui nessuno parla. Troppo spesso i vincitori delle gare pubbliche non eseguono i lavori, ma li subappaltano ad imprese più piccole a costi ancora inferiori e così via in una catena dagli anelli sempre più deboli.  Imprese che, alla fine, per rientrare nei costi ricorrono a pericolosi compromessi, che vanno dal risparmio sulla sicurezza del lavoro, allo smaltimento illegale dei rifiuti, o, come in questo caso, al loro abbandono. Si arricchiscono i primi, sopravvivono gli ultimi e ne fanno le spese, a volte tragiche, i cittadini. Nessuna fatalità, l'abbiamo detto fin da subito, solamente un sistema malato che necessita di cure urgenti. Se pagherà solamente l'impresa che ha eseguito i lavori, che oggettivamente è responsabile, avremo fallito ancora una volta e possiamo essere certi che sarà solo questione di tempo, ma poi i problemi puntualmente si ripresenteranno. Bisogna mettere mano al sistema, che continua a fondarsi sul clientelismo, sulla trasfusione di denaro pubblico nelle tasche dei soliti noti, e riedificarlo. Devono cambiare i criteri, deve cambiare la struttura ed è per questo che sono assolutamente pessimista. Ancora una volta la politica dovrebbe fare un passo indietro, riconoscere corruttori e corrotti, rinunciare a molti dei suoi privilegi occulti. Sì, si spenderanno i denari pubblici, magari anche copiosamente, ma temo che questo sarà l'ennesimo buon pretesto per foraggiare interessi loschi. il governo del fare ancora una volta dimostrerà di essere Il governo del "ban-fare" (espressione utilizzata per descrivere l'uso di parole non sorrette dai fatti) e probabilmente ci ritroveremo drammaticamente a parlare tra qualche tempo delle stesse cose. Forse non dovremmo dire che lo Stato è assente, ma che è presente ed affaccendato nel curare gli interessi particolari di coloro che l'hanno occupato. Appare chiaro come  la vita dei cittadini sia sotto appalto, anzi subappalto.
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mercoledì, 26 novembre 2008
ilfattoIl nano non dimentica e a lui, come nella vecchia canzone, la verità fa male, e un uomo intellettualmente onesto , qual'era Enzo Biagi, la verità la diceva, e spesso questa era scomoda, sopratutto per i potenti. Ed ecco che allora, addirittura in contrapposizione con il sindaco Letizia Moratti, la maggioranza di destra del comune di Milano nega al grande giornalista il riconoscimento postumo  che doveva essergli attribuito con il conferimento di una medaglia contestualmente alla consegna degli «Ambrogini». Certamente brucia troppo doversi inchinare di fronte alla dignità dell'uomo che seppe umiliare il prepotente signore di Arcore non cedendo alle facili sirene del vittimismo neppure di fronte alla più palese delle ingiustizie: l'editto bulgaro.  Biagi nella sua compostezza restituì  un energico schiaffo morale a colui che, incapace di confrontarsi, per far tacere la scomoda voce, ricorse a strumenti da regime assolutista. Quello schiaffo pare proprio non guarire, pare bruciare ancora così forte da animare a distanza di tempo desideri di vendetta, che neppure la morte ha saputo cancellare. Complimenti Enzo hai vinto su tutta la linea e a questo punto, qualunque cosa accada, il grande sconfitto rimane uno solo. La dignità ha sconfitto il nanismo morale.
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mercoledì, 26 novembre 2008
Isola_dei_FamosiEd eccola la sinistra che scimmiotta la destra. Scivolone del Prc e del suo segretario Paolo Ferrero che corre dietro alle luci della ribalta conquistate da Vladimir Luxuria con la vittoria all'Isola dei famosi. Evento politicamente così importante da essere festeggiato dal quotidiano comunista Liberazione con un articolo in prima pagina. E se fin qui si potrebbe anche inghiottire l'amaro boccone, diventa difficile farlo sull'offerta avanzata da Ferrero all'ex deputata del suo partito per una candidatura alle prossime elezioni europee. Pare proprio che i nostri politici non sappiano rinunciare alla fatale attrazione del grande circo televisivo. Così come gli accordi parlamentari oramai si stipulano di fatto negli studi televisivi, in quegli stessi studi si  cercano risposte vincenti alle proprie strategie politiche. Certamente vi è una sostanziale differenza tra una candidatura di Vladimir Luxuria al Parlamento Europeo e l'elezione a ministro della valletta dalla bocca larga, Carfagna, ma nella sostanza si compie lo stesso percorso. Prima di tutto desta qualche sospetto la scelta dei tempi:  se questa candidatura fosse giunta prima della partecipazione allo show televisivo dell'ex parlamentare, forse tutto sarebbe potuto rientrare nell'ambito di un percorso di continuità politica del tutto legittimo, ma ora non appare più tale. In secondo luogo, il solco scavato tra la figura di  Vladimir Luxuria parlamentare e quella della vincitrice dell'isola dei famosi è troppo profondo per consentire un'indolore passaggio inverso. Punto terzo, appare troppo sospetto, tanto da sembrare strumentale, questo ritorno di fiamma del Prc per la sua dell'ex parlamentare. Liberazione addirittura abbandonando i freni inibitori scrive: «Vladimir come Obama? È un po' esagerato e fatecelo dire. Con il primo presidente afroamericano si rompe il pregiudizio che per più di un secolo ha tenuto un popolo lontano dalla più importante istituzione americana. Con Vladimir all'Isola si rompe il tabù dell'eterosessualità a tutti i costi». Un ottimo modo per sottolineare le differenze e andare in direzione opposta allo scopo che si vorrebbe raggiungere. Bene fa, quindi, Vladimir Luxuria a declinare l'invito, ad evitare strumentalizzazioni, non solo del suo partito, e polemiche conseguenti. Pessima mossa politica del Prc, di cui capisco il momento difficile, in cui probabilmente la lotta per la sopravvivenza fa perdere un po' di lucidità. Avventurarsi per i perigliosi sentieri della politica spettacolo richiede capacità, anche economiche, che questa formazione politica non può permettersi. Dobbiamo riconoscere al nano-a-cucù la capacità ad aver plasmato un'intera classe politica sul suo modello, modello rispetto al quale solamente lui può risultare vincente. Difficilmente candidare un personaggio baciato dal successo televisivo può costituire una motivazione sufficiente per catturare i voti di elettori lontani da questa sinistra. Mi pare più probabile che inseguendo l'effimero la sinistra rischi solamente l'ulteriore allontanamento di alcuni dei suoi elettori. Il distacco dei propri elettori, quelli di sinistra, dalla politica si gioca anche su questi fattori, sull'incapacità di offrire una prospettiva credibile, che faccia leva sulla realizzazione di un grande disegno riformatore e non sul perseguimento di obiettivi a breve termine, spesso funzionali solamente alla raccolta dei voti.
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categoria:politica
martedì, 25 novembre 2008
Tonino GuerraCome scordarsi il volto simpatico di Antonino Guerra che ci diceva che l'ottimismo è il profumo della vita? Lo spot, diventato presto un tormentone, deve aver lasciato tracce indelebili anche nella mente del nano a cucù, che, esattamente come faceva il poeta, associa ottimismo a consumismo. Così, di fronte ad una delle più imponenti recessioni economiche degli ultimi decenni, il nostro premier ha la sua ricetta sicura, basata su ottimismo e consumo. Il mix si rivela una formula ideale per disoccupati, cassaintegrati, precari e lavoratori dipendenti, tutti ottimisti e con le tasche piene di denaro da spendere. Se questo non bastasse, una sana iniezione di ottimismo ce la regalano le previsioni dell'OCSE, i cui esperti ci informano che questa sarà una  «recessione durevole e con un'intensità che non si vedeva dall'inizio degli anni '80». Per stimolarci ulteriormente all'ottimismo è sufficiente continuare a scorrere le previsioni e scoprire che in Italia si prevede che la disoccupazione in due anni risalga fino all'8%. Si passerà da un tasso del 6,9% nel 2008 (6,8% secondo la previsione OCSE dell'anno scorso) al 7,8% nel 2009 (6,5%), sino a un picco dell'8% nel 2010. Non so a voi, ma a me tutto questo ottimismo mi crea un po' di disagio, e più che il profufo della vita percepisco un certo odorino di... Macchè, suggestioni, quindi a Natale non badiamo a spese e corriamo in massa a comprare un meraviglioso nano a cucù con cui allenarci al tiro con le freccette!
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martedì, 25 novembre 2008
clochardE' difficile scrivere della costernazione e del dolore che si provano leggendo il testo della conversazione tra un ragazzo e la sua ragazza quando il soggetto della chiacchierata non è una questione di cuore, ma il tentato omicidio che si è appena compiuto. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco [...] Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva [...]  Dovevi vederlo. Le fiamme che si alzavano. E quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto [...] Avessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme [...] Poi siamo dovuti scappare...». Per fortuna la ragazza tace, speriamo perché turbata dalle parole di quel ragazzo che forse pensava di conoscere, e che ora si sta manifestando in tutta la sua orrida natura. Turba fortemente la sensazione d'inconsapevolezza dell'orrore perpetrato, del dolore inferto, della loro stessa dignità umana violata, che trapela dalle parole e dalle azioni dei giovani coinvolti nell'aggressione al clochard Andrea Severi avvenuta giorni fa a Rimini. La vanagloria della notorietà appare come il solo obiettivo, ed  incuranti delle conseguenze, forse inattese,  che questa imprudenza avrà, i ragazzi vantano la paternità dell'attentato. Oppure si sentono eroi, dei purificatori, coloro che attraverso il fuoco cancellano lo sporco di quel giaciglio di dolore e umiliazione. Allora diventano protagonisti di una vicenda che deve essere assolutamente narrata, non occultata con vergogna, cavalieri capaci di un impresa che molti avrebbero voluto compiere, ma di cui nessuno ha trovato il coraggio. Non fuggono, non rinnegano, dunque, con orrore il  loro folle gesto, ma, anzi, ne perpetuano la memoria. Un'azione pianificata, non casuale, non dettata dalla "follia" di un momento. La banda ha preso di mira il pover uomo da tempo, perseguitandolo. Gli lanciano sassi e petardi mentre dorme e  la notizia appare sui giornali locali. Allora manifestano il loro orgoglio da bar: sono loro gli ignoti, quelli del  giornale, loro i protagonisti. Questa squallida notorietà li esalta dunque progettano qualcosa che possa avere maggiore risonanza, un salto di qualità, un'azione eclatante, che li faccia assurgere agli onori di tutte le cronache. La notizia della successiva, spietata, criminale, inumana azione, sortisce agli effetti sperati e questa volta ha risonanza nazionale. Loro ci scherzano: «Gli abbiamo dato una bella scaldata». Sfrontati, arroganti, cinici, spietati, insensibili, ignoranti, incuranti della tragedia di un uomo. Quanti altri aggettivi potremmo utilizzare senza riuscire a spiegare le folli dinamiche che possono condurre dei ventenni a compiere un simile abominio. Forte stimolo arriva certamente dalla spettacolarizzazione della follia, che viene portata in piazza nelle forme più svariate, in cui gli attori, quelli volontari, si ritagliano la loro fetta di  protagonismo. La ricerca di una notorietà, sia essa anche negativa, pare abbattere ogni barriera inibitoria, lasciare spazio ad un'irrazionale esaltazione dell'ego che pare cancellare ogni residua capacità  di valutazione delle conseguenze derivanti dalle proprie azioni. Una sorta di certificazione di esistenza che deve necessariamente transitare attraverso qualche media, un bisogno di apparire per sentirsi vivi, per conferire un senso al proprio incedere nella vita. Stordisce e spaventa l'alienazione da ogni sentimento umano, l'assoluta assenza della percezione del dolore e della sofferenza. Spaventa la consapevolezza della vulnerabilità di queste menti alle facili suggestioni di folli ideologie che trasformino il loro desiderio di protagonismo in una scellerata opportunità di rivalsa. L'abbiamo già visto in passato, non vorremmo rivederlo in futuro. Sono evidenti i limiti di una società incapace di trasmettere i valori fondanti della vita ai propri giovani, che troppo spesso quando tenta di farlo formula teorie cariche di fanatismo ideologico,   incapaci di fornire una risposta a queste istanze. Energie convogliate nelle direzione sbagliata non solo quando, come in questo caso, danno sfogo a pulsioni omicide, ma anche quando, a discapito della propria dignità, hanno come unico obiettivo quello della notorietà, spesso effimera. Amaramente non si può non registrare quanto poco ci possano aiutare gli esempi che ci giungono dall'alto dove il successo non premia certo i virtuosi, ma i furbi, gli sfacciati, i disonesti, i raccomandati, i bugiardi, gli infingardi, i laidi, i pusillanimi...
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lunedì, 24 novembre 2008
DARWINChe Paese è diventato il nostro? Da un lato abbiamo un premier giullare, che tra una gag e l'altra invita all'ottimismo (forse nelle sue intenzioni le esibizioni in cui si produce dovrebbero farci ridere), mentre dell'altra c'è un'Italia che muore. L'Italia muore nelle fabbriche, muore nei cantieri, muore nei campi, muore sulle strade e muore nelle scuole. Si parla di fatali tragedie, ma le fatali suggestioni  c'entrano poco  e molto più concrete ci appaiono le cause, che si chiamano liberismo, speculazione, incuria. Se mai si potesse fare una classifica delle tragedie inaccettabili dove metteremmo la morte tra i banchi di scuola? Invocare il fato appare come un tentativo di disperata fuga dalle responsabilità oggettive che derivano dalle scelte politiche neo-liberiste adottate negli ultimi quindici anni. La sottrazione sistematica di fondi alla cosa pubblica, non appare certo come una tragica fatalità, ma piuttosto come una precisa strategia volta all'indebolimento dell'intervento dello Stato sui servizi pubblici. Cecità o peggio, ma non certo fato. Certamente se il crollo della controsoffittatura al liceo Darwin fosse avvenuto poche ore prima o poche ore dopo non si sarebbe parlato di tragedia, ma ricondurre ad un mero fattore temporale, ad un crudele scherzo del tempo, l'incuria dell'uomo sarebbe come gettare i presupposti per la prossima tragedia. Quel crollo non avrebbe mai dovuto avvenire, neppure in piena notte. Da troppi anni ormai si propaganda il teorema secondo cui l'efficienza coincide con la privatizzazione, secondo un approccio di competitività economica. A questo meccanismo non si è sottratto nessuno schieramento, anche se le interpretazioni tra i poli sono differenti. Appare drammaticamente chiaro come sia giunta l'ora di fare un passo indietro. L'efficienza di un servizio pubblico non si può e non si deve misurare solamente sulla base del bilancio economico. Efficienza non deve coincidere con il concetto di taglio di spesa, ma con quello di ottimizzazione e controllo della spesa. I costi non si riducono con i tagli, con i tagli si riducono i servizi. E' il principio dei costi della non qualità: fare qualità costa, ma quanto costa non farla? La risposta è sotto gli occhi di tutti ed è drammaticamente indegno sentire il ministro della pubblica istruzione affermare che il governo ha stanziato denaro per l'edilizia scolastica, giocando, pur in presenza di una tragedia, sulla buona fede delle persone. Più giusto sarebbe dire che non ha ancora del tutto spento i finanziamenti per l'edilizia scolastica. Il prezzo dell'inganno neo-liberista lo pagano i deboli ed i ricchi incassano. Si indebolisce il sistema pubblico per dirottare i fondi verso il privato, per creare un circuito in cui le tasse dei cittadini sono convogliate direttamente nelle tasche dei privati. Nella scuola è emblematico il caso del finanziamento agli istituti privati, finanziati con i soldi della collettività, ma a beneficio dei soliti noti. Soldi che avrebbero potuto essere impiegati per monitorare le strutture scolastiche e prevenire non solo i disastri, ma i tanti incidenti che quotidianamente accadono e di cui non si parla. La morte di Vito Scafidi non è frutto di una fatalità, ma di precise volontà politiche, di cui, ancora una volta, nessuno risponderà.
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categoria:politica, scuola, società
sabato, 22 novembre 2008
curzi_sandroPurtroppo oggi apro il blog solamente per salutare un altro grande combattente per la libertà che ci ha lasciato: è morto Sandro Curzi una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano, uno capace di non piegarsi ai diktat dei potenti. Ci piace ricordarlo alla guida di un TG3 che ha saputo trasformare in un'autorevole testata giornalistica, un occhio attento sulla politica, la società ed il costume di un Italia che stava profondamente cambiando. Ci piace ricordarlo appassionato nel dibattito politico, inflessibile nelle sue posizioni antifasciste, vicino alla gente, ma lontano dal facile populismo.

Riporto l'articolo del Corriere della Sera che ne riassume la figura:

ROMA - È morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Nato a Roma il 4 marzo 1930, aveva 78 anni. Alle 17 sarà allestita la camera ardente in Campidoglio. E sempre in Campidoglio si svolgeranno lunedì alle 11.30 i funerali laici.

IL PADRE DEL TG3 - Resistente partigiano a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90. Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità «clandestina» per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci Gioventù nuova, diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Curzi ottenne nel 1944, nonostante la minore età, la tessera del Pci. Tra il '47 e il '48 lavora al settimanale Pattuglia insieme a Giulio Pontecorvo e, nel '49, a la Repubblica d'Italia fino a diventare capo redattore di Gioventù nuova diretta da Enrico Berlinguer.

Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci. Nel '56 fonda Nuova generazione e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell'indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato direttore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio Oggi in Italia che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani. La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera.

NEGLI ANNI SETTANTA L'IMPEGNO CON LA TV - Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di «chiara fama» disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli. Nel '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste "scopre" Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma Samarcanda.

TG3, IMPRONTA INCONFONDIBILE - Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando al telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, «Telekabul» (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza.

COMUNISTA E ANTIFASCISTA CONVINTO - Nel '92 pubblica con Corradino Mineo il libro «Giù le mani dalla Tv» (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione.

Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, era consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli. Comunista e antifascista convinto, politico abile, Curzi si è spesso distinto per posizioni non banali e non sempre in linea con i diktat di partito: basti pensare alle aperture, allora non scontate, del suo Tg3 alle posizioni di Papa Giovanni Paolo II o, più di recente in Rai, all'astensione sulla proposta di licenziamento del direttore di Rai fiction, Agostino Saccà. Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro «Il compagno scomodo» (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo «La riserva indiana» col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone «Troppo sole». Era sposato dal 1954 con Bruna Bellonzi, anch'essa giornalista. Era padre di Candida Curzi, giornalista dell'Ansa.
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venerdì, 21 novembre 2008
«I deputati trascurano il lavoro per andarsene con le prostitute». L'accusa è stata lanciata da Silvana Koch-Mehrin, eurodeputata liberale tedesca, e subito respinta da Joseph Daul, presidente del gruppo popolare, che ritiene inaccettabile questa dichiarazione e passa al contrattacco:  «Queste dichiarazioni ci insudiciano, ci diffamano, quando poi la collega non è quasi mai qui e non lavora». In realtà già  37 deputati avevano scritto a Hans-Gert Pöttering, presidente dell'Europarlamento, chiedendogli che «l'Europarlamento usi solo alberghi che forniscano la garanzia di non essere coinvolti nel commercio del sesso» per porre fine  «alla prassi di molti alberghi che forniscono sesso come se si trattasse di un servizio qualsiasi». Pare proprio che non solo a casa nostra la politica sia un gran puttanaio.
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categoria:politica