
E' difficile scrivere della costernazione e del dolore che si provano leggendo il testo della conversazione tra un ragazzo e la sua ragazza quando il soggetto della chiacchierata non è una questione di cuore, ma il tentato omicidio che si è appena compiuto. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco [...] Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva [...] Dovevi vederlo. Le fiamme che si alzavano. E quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto [...] Avessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme [...] Poi siamo dovuti scappare...». Per fortuna la ragazza tace, speriamo perché turbata dalle parole di quel ragazzo che forse pensava di conoscere, e che ora si sta manifestando in tutta la sua orrida natura. Turba fortemente la sensazione d'inconsapevolezza dell'orrore perpetrato, del dolore inferto, della loro stessa dignità umana violata, che trapela dalle parole e dalle azioni dei giovani coinvolti nell'aggressione al clochard Andrea Severi avvenuta giorni fa a Rimini. La vanagloria della notorietà appare come il solo obiettivo, ed incuranti delle conseguenze, forse inattese, che questa imprudenza avrà, i ragazzi vantano la paternità dell'attentato. Oppure si sentono eroi, dei purificatori, coloro che attraverso il fuoco cancellano lo sporco di quel giaciglio di dolore e umiliazione. Allora diventano protagonisti di una vicenda che deve essere assolutamente narrata, non occultata con vergogna, cavalieri capaci di un impresa che molti avrebbero voluto compiere, ma di cui nessuno ha trovato il coraggio. Non fuggono, non rinnegano, dunque, con orrore il loro folle gesto, ma, anzi, ne perpetuano la memoria. Un'azione pianificata, non casuale, non dettata dalla "follia" di un momento. La banda ha preso di mira il pover uomo da tempo, perseguitandolo. Gli lanciano sassi e petardi mentre dorme e la notizia appare sui giornali locali. Allora manifestano il loro orgoglio da bar: sono loro gli ignoti, quelli del giornale, loro i protagonisti. Questa squallida notorietà li esalta dunque progettano qualcosa che possa avere maggiore risonanza, un salto di qualità, un'azione eclatante, che li faccia assurgere agli onori di tutte le cronache. La notizia della successiva, spietata, criminale, inumana azione, sortisce agli effetti sperati e questa volta ha risonanza nazionale. Loro ci scherzano: «Gli abbiamo dato una bella scaldata». Sfrontati, arroganti, cinici, spietati, insensibili, ignoranti, incuranti della tragedia di un uomo. Quanti altri aggettivi potremmo utilizzare senza riuscire a spiegare le folli dinamiche che possono condurre dei ventenni a compiere un simile abominio. Forte stimolo arriva certamente dalla spettacolarizzazione della follia, che viene portata in piazza nelle forme più svariate, in cui gli attori, quelli volontari, si ritagliano la loro fetta di protagonismo. La ricerca di una notorietà, sia essa anche negativa, pare abbattere ogni barriera inibitoria, lasciare spazio ad un'irrazionale esaltazione dell'ego che pare cancellare ogni residua capacità di valutazione delle conseguenze derivanti dalle proprie azioni. Una sorta di certificazione di esistenza che deve necessariamente transitare attraverso qualche media, un bisogno di apparire per sentirsi vivi, per conferire un senso al proprio incedere nella vita. Stordisce e spaventa l'alienazione da ogni sentimento umano, l'assoluta assenza della percezione del dolore e della sofferenza. Spaventa la consapevolezza della vulnerabilità di queste menti alle facili suggestioni di folli ideologie che trasformino il loro desiderio di protagonismo in una scellerata opportunità di rivalsa. L'abbiamo già visto in passato, non vorremmo rivederlo in futuro. Sono evidenti i limiti di una società incapace di trasmettere i valori fondanti della vita ai propri giovani, che troppo spesso quando tenta di farlo formula teorie cariche di fanatismo ideologico, incapaci di fornire una risposta a queste istanze. Energie convogliate nelle direzione sbagliata non solo quando, come in questo caso, danno sfogo a pulsioni omicide, ma anche quando, a discapito della propria dignità, hanno come unico obiettivo quello della notorietà, spesso effimera. Amaramente non si può non registrare quanto poco ci possano aiutare gli esempi che ci giungono dall'alto dove il successo non premia certo i virtuosi, ma i furbi, gli sfacciati, i disonesti, i raccomandati, i bugiardi, gli infingardi, i laidi, i pusillanimi...